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IPV6: il passaggio difficile

La coesistenza e la transizione dal protocollo IPV4 all'IPV6 è al centro del Forum di Ottawa. Ma l'incontro candese è servito per saggiare la volontà nordamericana nell'adottare il nuovo IP

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La Rete scoppia: c’è penuria di indirizzi Web. Il problema
poi è destinato ad assumere sempre più peso con la crescita fisiologica di
accesso alla Rete, fino ad assumere dimensioni critiche con l’arrivo della
tecnologia 3G ed il relativo innalzamento delle connessioni wireless. Si
cerca di correre ai ripari, ed anche alla svelta. La panacea per l’esiguità
di indirizzi Internet si chiama IPV6. Ma se l’Europa e l’Asia premono sull’acceleratore per l’adozione del nuovo protocollo, gli Usa frenano.

Il nuovo Internet Protocol (IP), sostenuto fortemente dall’Europa e dall’Asia,
con il beneplacido di Vinton Cerf (uno dei padri di Internet e dell’attuale
protocollo di Rete), è stato al centro della discussione del Forum di Ottawa che ha riunito per due giorni industriali dell’informatica e della comunicazione intorno all’argomento.

A mettere il sale sulla coda dell’industria Tlc e dei governi asiatici
ed europeo è il problema serio della fine degli indirizzi Web che potrebbe
essere decretata nel 2005, continuando ad adottare l’attuale Internet Protocol (IPV4). L’unione europea, a marzo di quest’anno lanciava di grido di allarme:
il 75% delle delle centinaia di milioni di url spettanti al vecchio continente
con l’IPV4 sono state già assegnate. In tutta risposta l’UE si è accollato il problema dell’adozione dell’IPV6 in tempi celeri istituendo un’apposita task force.

L’IPV6 è chiamato principalmente a risolvere un problema, a suo modo,
semplice. Ogni computer che si connette alla Rete ha bisogno di un proprio
indirizzo per dialogare con i server e per poter essere identificato. L’attuale
assegnazione degli indirizzi IP avviene con un’Internet Protocol, denominato
IPV4. La crescita esponenziale di accesso ad Internet ha reso insufficienti
i circa 4.300.000.000 di indirizzi che l’attuale protocollo è in grado di
supportare. Di qui è nato l’IP alternativo, appunto l’IPV6, in grado di garantire un numero esponenziale di indirizzi Web,
calcolabili in un milione di miliardi per metro quadrato della superficie
terreste; insomma quanto basta per far dormire sonni tranquilli per tutti.

La spinosa questione della coesistenza dei due protocolli quindi la definizione dei dettagli verso la transizione definitiva all’IPV6, è stato l’argomento princiale nell’agenda dell’incontro di Ottawa. Attualmente la sperimentazione del nuovo protocollo, resa possibile grazie agli sforzi dello IEFT (Internet Engineering Task Force) e W3C, si basa su un Tunnel Broker

(una sorta di vero e proprio tunnel digitale che consente di inglobare nell’IPV6,
i dati attualmente in uso secondo l’Internet Protocol l’IPV4) realizzato
da varie aziende (tra le quali Cisco e Sprint) anche in Italia. L’altro grade problema, quello dell’impatto che il nuovo protocollo avrà con la telefonia 3G, è stato appena introdotto e sarà sviscerato nel prossimo appuntamento del Forum fissato a luglio a Seoul in Corea.

Il Forum ha anche posto una questione non meno importante di quelle tecniche: su chi debba ricadere l’onere

di traghettare dall’attuale IPV4 all’IPV6. Pre tanti versi l’incontro canadese
era tanto atteso per osservare le reazioni nordamericane verso il nuovo protocollo.
La risposta americana, non è stata però tra le più entusiaste ed è destinata
a frenare gli entusismi europei ed asiatici. Lo scetticismo verso una causa
di cui ancora non sente l’urgente bisogno, lascia gli USA nella situazione
di chi intende rimettere il tutto all’iniziativa privata e delle aziende,
con il risultato di un notevole allungamento dei tempi

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