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Iran: niente Internet per i minorenni

Il regime di Teheran vieta l'accesso a Internet ai minorenni, vale a dire a quasi metà della popolazione. L'ultimo atto di una strategia repressiva che ha individuato proprio nella Rete uno dei suoi bersagli più diretti.

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L’Iran Telecommunication Company, la compagnia statale delle telecomunicazioni che opera in regime di assoluto monopolio, ha ordinato agli Internet Service Provider (Isp) iraniani di vietare l’accesso alla Rete ai minori di 18 anni. La notizia, vista da qui, appare forse sconvolgente, ma non sorprenderà certo più di tanto chi conosca anche solo vagamente la situazione politica iraniana. Basti pensare che, neanche un mese fa, le autorità ordinarono la chiusura di circa 400 Internet Café, obbligando i proprietari a procurarsi una licenza per continuare a svolgere la loro attività.

Il fatto è che il regime di Teheran basa proprio sul controllo assoluto delle informazioni grandissima parte del suo potere. E lasciare Internet libera di svilupparsi, come accade di norma in quasi tutto il resto del mondo, avrebbe significato minare le fondamenta stesse dell’intero sistema politico iraniano. La decisione di vietare il libero accesso alla Rete ai minorenni assume una coloritura ancora più inquietante se si pensa che, in Iran, circa il 50% della popolazione ha un’età inferiore ai 20 anni. Ed è ovviamente da questa fascia di popolazione che partono le spinte più forti alla modernizzazione, è da lì che nascono le pulsioni e i fermenti di novità che fanno tremare i potenti di Teheran.

Questo divieto sembra in effetti soltanto l’ultimo atto di una strategia avviata tempo addietro e portata avanti con inesorabile fermezza. In un certo senso, tutto comincia con la feroce repressione degli studenti scesi in piazza per chiedere, guarda caso, maggiore libertà e informazione; prosegue con la chiusura dei 400 Internet Café, principali punti di accesso a Internet e luoghi privilegiati d’incontro e di circolazione delle idee; e culmina con questa ultima decisione, che azzera le lancette della storia e costringe la parte più viva del paese ad un black out informativo degno delle peggiori leggende sull’oscurantismo medievale.

La causa ufficiale del divieto è che Internet “minaccia la sicurezza nazionale”. Nessun dubbio che si tratti di una motivazione verosimile. Qualunque flusso di libera informazione non può che essere sentito come una temibile minaccia da un regime autoritario e repressivo come quello di Teheran. Basti pensare che tutti i principali gruppi anti-regime sono ormai presenti in Rete, l’unico media oggi in grado di veicolare contenuti non graditi agli oligarchi al potere.

Fra gli altri, gestiscono un sito web i Mujaheddin del Popolo, il più grande movimento di opposizione armata a Teheran, che ha la propria base in Iraq. Altri siti sono stati aperti dall’ex-imperatrice Farah Diba e da suo figlio Reza Ciro Pahlavi, entrambi appartenenti alla dinastia spodestata dalla rivoluzione del 1979. E sempre via Web l’ayatollah dissidente Hossein Ali Montazeri ha potuto diffondere le sue memorie, avidamente lette da milioni di iraniani.

Ma non è solo degli oppositori diretti che il regime ha paura. Il semplice fatto di poter accedere ad Internet, vale a dire alla più formidabile massa d’informazioni di cui l’umanità abbia mai potuto disporre, è di per sé un pericolo costante per lo status politico del paese. La miriade di contenuti presenti in Rete, infatti, può bastare da sola ad aprire le menti di milioni di cittadini, giovani e meno giovani. Ed è esattamente questa la minaccia che le oligarchie islamiche di Teheran temono più di ogni altra.

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