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Caso Microsoft: e ora?

La società di Bill Gates e il Dipartimento di Giustizia raggiungono un compromesso che dovrebbe porre fine ad una causa lunga tre anni. Secondo molti, si tratta di una vittoria per Microsoft. Ma l'accordo potrebbe rivelarsi un'arma a doppio taglio.

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Ormai più volte preannunciato, è giunto lo scorso 2 novembre
l’accordo tra Microsoft e
il Dipartimento della Giustizia statunitense. L’accordo dovrebbe porre fine ad
una controversia protrattasi per più di tre anni e che vedeva Microsoft sotto
accusa per abuso di posizione dominante. Secondo i suoi accusatori, la società
di Bill Gates avrebbe sfruttato la propria leadership nel settore dei sistemi
operativi per soffocare i software delle società concorrenti. Il compromesso è
stato salutato come una vittoria storica per Microsoft, ma le cose potrebbero
andare diversamente.

Una soluzione annunciata

Quella di un compromesso tra le parti era una scelta
largamente prevista: da un lato, la nuova amministrazione repubblicana si era
da subito dimostrata più tollerante nei confronti di Microsoft di quanto non
fosse stata quella democratica. Come prima
mossa
, il Dipartimento di Giustizia aveva ritirato la richiesta che
Microsoft fosse smembrata in due distinte società, come previsto da una
precedente sentenza. In questo modo, l’amministrazione Bush aveva voluto dare
un forte segnale all’economia statunitense, sempre a un passo dall’incubo della
recessione. D’altro canto, quella dell’accordo sembrava la soluzione
migliore
anche per il giudice assegnato al caso, Colleen Kollar-Kotelly, in
evidente difficoltà a districarsi in un caso tanto complesso.

Secondo l’accordo, Microsoft si impegnerà a consentire
l’installazione in Windows di software concorrenti da parte dei
produttori di computer. Per fare questo, la società di Bill Gates dovrà
condividere con i produttori di PC e di software alcune parti del codice
sorgente
del proprio sistema operativo, in modo che i programmi possano
funzionare correttamente. Inoltre, dovrà porre termine alla prassi di praticare
prezzi più vantaggiosi nei confronti dei costruttori che installino le sue
applicazioni.

Un’arma a doppio taglio

Un accordo che, a detta di molti, è un regalo a Microsoft.
Molte sono le scappatoie, infatti, che consentirebbero al gigante di
Redmond di continuare a sfruttare praticamente indisturbato la propria
leadership nel campo dei sistemi operativi. Tanto per fare qualche esempio,
Microsoft sarebbe libera di non rivelare molte parti di codice con la scusa di
non compromettere la sicurezza del sistema; oppure sarebbe libera di far
eseguire in Windows finestre che pubblicizzino i propri prodotti a svantaggio
di quelli dei concorrenti.

Una pacchia per Microsoft, dunque? Non proprio. I 18 stati
della federazione coinvolti nel processo contro Microsoft, infatti, si sono divisi sulla
decisione di accettare o meno l’accordo. Nove di loro hanno detto che
firmeranno, gli altri nove
sono intenzionati ad approfondire la faccenda. Alcuni, in particolare
Massachusetts e California, si mostrano del tutto insoddisfatti e pronti a dare
battaglia. A questo punto per Microsoft, che aveva puntato tutto su un
compromesso per salvare il nuovo sistema operativo Windows XP, la situazione si
complica
e, una volta tanto, tra i due litiganti il terzo potrebbe non
godere affatto.

D’ora in poi Microsoft potrebbe trovarsi a dover combattere
su due fronti. L’accordo siglato tra Microsoft e il Dipartimento di Giustizia,
infatti, non è automaticamente operante: secondo una legge degli anni
Sessanta (il Tunney Act, pensato per evitare accordi dettati da interessi
politici), entro due settimane il Dipartimento dovrà rendere pubblico
l’accordo, dopodiché ci saranno 60 giorni durante i quali chi ha qualcosa da
ridire potrà presentare le proprie lamentele. Il governo, a quel punto, avrà
altri 30 giorni per rispondere alle critiche. Solo allora il giudice
Kollar-Kotelly deciderà se accettare o meno l’accordo. A conti fatti, si andrà
a finire a febbraio del 2002. In questo periodo, Microsoft dovrà convincere il
giudice, da un lato a ritenere soddisfacenti le concessioni fatte nell’accordo
con il Dipartimento di Giustizia; dall’altro a rifiutare le richieste dei nove
stati che premono per una punizione più severa. Tutto questo senza contare l’incognita
di un terzo fronte: quello rappresentato dall’inchiesta antitrust della
Commissione Europea.

Una causa lunga tre anni

Il governo degli Stati Uniti aveva aperto l’inchiesta su
Microsoft nel 1998, ai tempi della presidenza Clinton. Le indagini avevano
confermato che la società di Bill Gates aveva di fatto creato una situazione di
monopolio abusando della sua posizione dominante. Nel giugno dello scorso anno,
il giudice Thomas P. Jackson aveva giudicato Microsoft colpevole di condotta
anticoncorrenziale e aveva disposto lo smembramento della società in due
tronconi, uno per i sistemi operativi e l’altro per i software e le
applicazioni Internet. La corte di appello, pur giudicando valide le accuse
contro Microsoft, aveva chiesto che il processo fosse celebrato nuovamente, in
quanto il giudice Jackson, per alcune sue dichiarazioni alla stampa, era stato
ritenuto poco imparziale. Il nuovo giudice era stato scelto casualmente tra
dieci candidati. Alla fine la scelta era caduta su Colleen Kollar-Kotelly,
magistrato del tutto nuovo a cause di questo tipo.

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