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RFID: come il Grande Fratello?

La tecnologia di identificazione dei prodotti via onde radio si diffonde a ritmi vertiginosi. I colossi dell'industria mondiale scommettono sul suo successo. I paladini della privacy affilano le armi.

,

L’incubo della coda al supermercato potrebbe avere i giorni contati. I ladri

di opere d’arte dovrebbero inventarsi una nuova occupazione. Non correrete più

il rischio di perdere il vostro amato cagnolino tra i meandri della metropoli.

Tutto grazie a RFID. Dietro il quasi impronunciabile acronimo (sta per

Radio Frequency Identification) si nasconde una delle tecnologie più

promettenti e temute tra quelle emerse negli ultimi anni.

Di cosa si tratta? Essenzialmente di un metodo per identificare in maniera

univoca un qualunque oggetto, prodotto, fino ad animali e persone. Fisicamente,

l’identificazione via onde radio avviene attraverso semplici micro-chip dotati

di antenna, i cosiddetti tag RFID. Il processo di miniaturizzazione è

però inarrestabile, e così Hitachi si è spinta a produrre

tag privi di antenna piccoli quanto granelli di sabbia. L’immagine

(grazie a Massimo

Morelli per la segnalazione) parla da sé. Un tag è dotato

di una piccola quantità di memoria (in genere non supera i 2 kb), comunque

sufficiente a contenere un numero di serie o altre informazioni. A seconda della

tipologia, può essere fornito o meno di una batteria di alimentazione.

Quelli che ne sono sprovvisti, i cosiddetti tag passivi, ricevono la ‘carica’

dalle onde radio emesse dal lettore. Perché, chiaramente, accanto all’etichetta

deve esistere anche uno strumento in grado di leggerne il contenuto. Un lettore

di questo tipo costa attorno ai $1000, mentre per un tag passivo bastano anche

50 centesimi.

Da quanto si è detto, è evidente l’analogia con il codice a barre.

Anche quello serve a identificare i prodotti. Anche quello viene letto da uno

strumento dedicato. Le differenze sono però notevoli. Grazie alle onde

radio, con i tag RFID si supera il problema della lettura ravvicinata. In secondo

luogo, un codice a barre identifica in genere la marca e il tipo di prodotto,

non il singolo articolo.

Con queste premesse, non ci si deve stupire che colossi dell’economia mondiale

in svariati settori stiano mostrando un altissimo interesse per RFID. Non si

tratta solo dei produttori di chip, apparacchiature elettroniche o fornitori

di servizi integrati alla IBM. Quelli forse più interessati sono soggetti

che vedono nella RFID un formidabile mezzo per rendere più efficienti

varie fasi del loro business. DHL ha recentemente testato la tecnologia per

la gestione e l’identificazione della merce in transito dal gateway di Helsinki.

Trevor Peirce, che per DHL sta seguendo il progetto RFID, ha parlato entusiasta

dei 300 pezzi al secondo identificati e registrati da uno scanner RFID mentre

passavano sotto i suoi occhi stipati nei container. Nello stesso articolo,

apparso su Time, si legge dei milioni di animali domestici ormai dotati dell’etichettina

elettronica. O del museo di Rotterdam che con RFID protegge i suoi Rembrandt.

Livio

Valdemarin, invece, riporta sul suo blog la notizia della massiccia operazione

di etichettattura dei prodotti attuata da Walmart. Molto opportunamente, fa

balenare lo scenario possibile. Facciamo la spesa, infiliamo nel carrello i

prodotti marchiati con RFID, passiamo nei pressi di un lettore che calcola il

prezzo e via. Niente code alla cassa e tutti a casa felici. Aggiungiamo, che

per pagare potremmo usare anche il portachiavi RFID inventato da American Express e testato negli ultimi mesi in negozi

e fast-food della zona di Phoenix.

Fin qui gli scenari idilliaci (magari un po’ meno per le cassiere dei supermarket).

Non è difficile comprendere come RFID porti con sé diffiicili

e complesse implicazioni a livello di privacy. Ogni oggetto è potenzialmente

rintracciabile dovunque. Nel momento in cui io posso associare quell’oggetto

particolare ad una persona è come se la controllassi. Scenario da fantascienza?

Un attimo. Attorno a RFID è nato l’ Auto-ID

Center, un consorzio di aziende e università che ha nel suo programma

un obiettivo preciso: marchiare con tag RFID tutti gli oggetti prodotti sulla

terra e ‘controllarli’ via Internet. Una Internet diversa da quella che conosciamo

e che loro stessi definiscono ‘Internet

di oggetti‘. L’attività dell’Auto-ID Center è venuta alla

ribalta quando un’associazione americana per la tutella della privacy e dei

diritti dei consumatori (CASPIAN)

ha scoperto sul sito una serie di documenti

sulle strategie di comunicazione, se così si può dire, da adottare

per facilitare la diffusione di RFID. Gli uomini del Centro sono consapevoli

di muoversi su un terreno scivoloso, a rischio di proteste a valanga. Che fare?

Giocare con le parole. RFID è in effetti un po’ sinistro come termine.

Nei loro piani l’idea è di passare ad un più rassicurante "etichetta

verde".

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