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Google vuole Friendster. E rispunta la bolla

Le vicende di Friendster e il suo rifiuto dell'offerta d'acquisto di Google, fanno risentire un venticello da anni '90. I dubbi degli analisti sul servizio di dating online che spopola in America.

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Fare cose, vedere gente… Il tormentone morettiano potrebbe essere un buon
claim per l’ultima eccitante moda del web: i siti di dating. Trovare
l’anima gemella, farsi nuovi amici, condividere interessi e passioni, incontrarsi
per vedere l’effetto che fa, per poi magari dirsi addio. Tutto vecchio? In parte
sì. Stringere legami su chat o newsgroup per poi rafforzarli ‘dal vero’
è cosa comune e stranota. Perché, allora, i grandi media americani
dedicano da mesi pagine e pagine a Friendster? Il servizio di dating
online con base a Sunnyvale, California, e quasi due milioni di iscritti messi
insieme senza un dollaro speso in operazioni di marketing, è diventato
in poco tempo una sorta di paradigma del social software, ma anche l’ultimo,
gigantesco hype generato dalla Silicon Valley. Ed il punto è proprio
questo: è tutto fumo o siamo di fronte a qualcosa di realmente solido
e interessante?

Mettiamo per un attimo da parte gli aspetti ‘sociali’ di Friendster, svestiamo
i panni degli analisti di trend e andiamo al sodo: parliamo di soldi. Proprio
mentre tutti parlavano della vicenda Microsoft/Google, il Mercury News pubblicava
una notizia interessante. Google avrebbe offerto 30 milioni di dollari per acquisire
la società, vedendosi opporre un gentile rifiuto. Contemporaneamente,
alcuni tra i più noti venture capitalists della Valley, annunciavano
nuovi investimenti per 13 milioni. L’offerta di Google risultava a questo punto
ben inferiore all’attuale valutazione di Friendster: 53 milioni di dollari.
Ciò che fa scalpore è che appena due mesi fa la cifra era di 12
milioni.

Se a ciò si aggiunge che Friendster non ha finora generato guadagni,
che è ancora ufficialmente in versione beta, che la sottoscrizione del
servizio dovrebbe continurare a rimanere gratuita (è comunque prevista
l’introduzione di features a pagamento), è facile capire come molti analisti
abbiano sollevato il problema. Lo spettro della bolla, delle valutazioni fantascientifiche
basate su numero di iscritti o sul traffico, è tornato ad aleggiare.
I più scettici rievocano il clima del ’99. Andrew Anker, di August
Capital, ha detto esplicitamente al Wall Street Journal: "Non si vedevano
cose come questa da quattro anni".

I dubbiosi mettono anche l’accento sul modello stesso di funzionamento. Friendster
è decisamente diverso da analoghi servizi di dating. Non si entra in
un’enorme piazza virtuale a spulciare schede o profili alla ricerca di quello
giusto. Il concetto di base è quello di trovare amici grazie a persone
che già si conoscono. In pratica: se mi piace frequentare Marco o Lucia,
mi piacerà frequentare anche i loro amici. Questione di affinità.
Al momento di iscriversi, dunque, si crea un primo nucleo di friends, per poi
entrare in contatto con gli amici degli amici. Solo a questi il nostro profilo
risulterà visibile.

E’ evidente che il modello di business e le prospettive economiche si intrecciano
fortemente con dinamiche sociali e antropologiche. Uno può decidere,
ad esempio, di coltivare il legame con altri sistemi di comunicazione una volta
stabilito il contatto, con conseguente abbandono del servizio. Possono, ancora,
crearsi casi di falsa identità, tollerabili e comuni in altri ambiti,
ma qui potenzialmente devastanti per la credibilità del sistema. E’ quanto
in effetti accaduto qualche tempo fa, quando simili casi vennero alla luce dando
origine, manco a dirlo, ad un neologismo: Fakesters. Non sono
mancati, infine, tentativi di misurare il successo di ciascuno andando a contare
il numero di contatti stabiliti e l’estensione del network, cosa che ha innescato
logiche di competizione poco gradite a diversi utenti.

Per le sue peculiarità, dunque, Friendster rappresenta un modello da
analizzare. Rimane da vedere se dalle fragili fondamenta di oggi spunterà
un modello di business solido e in grado di generare profitti veri. Il destino
alternativo è l’acquisizione da parte di uno dei big, interessati (come
Google) non tanto agli utenti, ma alle funzionalità del servizio.

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