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Inghilterra: ISP, fuori i nomi!

La "High Court" inglese ha disposto l'obbligo per gli ISP di consegnare agli organi di giustizia gli estremi di 28 persone accusate di aver distribuito svariato materiale illegale e protetto da copyright. La BPI segue le orme della RIAA.

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Con un termine massimo di 14 giorni la “English High Court” ha chiesto agli ISP inglesi di sputare il rospo e di mettere nero su bianco i nomi di quelle 28 persone accusate di aver distribuito illegalmente tramite reti P2P grandi quantitativi di file protetti da copyright.

La richiesta è stata avanzata in seguito a precisa richiesta della British Phonographic Industry (BPI), la quale ha avanzato causa legale nei confronti di quelli che sono giudicati «i maggiori distributori». La BPI sottolinea inoltre come gli avvisi erano pubblici ormai da mesi, ed ora si è trattato semplicemente di passare all’azione. Gli utenti coinvolti avrebbero utilizzato per lo scambio dei file canali quali KaZaA, Imesh, Grokster, Bearshare e WinMX.

Secondo quanto stabilito dalla “High Court” gli ISP riceveranno i dati relativi alle persone individuate nella denuncia, quindi provvederanno a risalire alle loro generalità, infine li contatteranno per proporre loro una conciliazione con la legge. Se conciliazione sarà, il tutto potrà chiudersi in una sorta di patteggiamento. In caso contrario gli ISP saranno costretti a consegnare i nominativi individuati e gli organi preposti daranno il via alla procedura legale.

Va sottolineato come in una situazione analoga negli USA gli ISP non siano al momento tenuti a fornire i nominativi degli indiziati almeno fin quando non ne è stata stabilita la colpevolezza tramite sentenza. Anzi, negli ultimi giorni alla RIAA è stata rifiutata un’audizione volta ad ammorbidire la decisione di imporre la denuncia verso ignoti per cause simili.

Va infine evidenziato come il tutto sia emerso in Inghilterra proprio mentre nel paese stanno avanzando i più importanti Music Store emergenti: l’attacco al P2P diventa una difesa del nuovo mercato della musica digitale, e per le case discografiche si tratta di una vera e propria difesa dei lauti interessi in ballo.