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Web 2.0, tra hype e realtà

Il web sta cambiando. Nuovi protagonisti, nuove applicazioni e servizi, nuove modalità di interazione. Ma siamo davvero alla versione 2.0?

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Il dibattito geek dell’estate sembra essere stato quello relativo al
Web 2.0: esiste o non esiste? quanto è corretto usare questa formula?
I lettori meno avvezzi a complicate disquisizioni tecnologiche non si spaventino:
non è uscita una nuova versione del web, non c’è nulla da aggiornare.
L’espressione è in voga da circa un anno e, stando a quanto ritroviamo
su Wikipedia, "si riferisce ad una transizione percepita e in atto del World
Wide Web da semplice collezione di siti web a completa piattaforma in grado di
servire applicazioni web agli utenti finali".

L’articolo prosegue con una serie di dettagli tecnici e si chiude con l’indicazione
di quelli che oggi possono essere considerati come esempi di applicazioni o servizi
(non siti!) Web 2.0: Google Maps, le API di Yahoo!, Amazon e della stessa
Google
, Flickr, del.icio.us. Scelta opportuna questa di fornire
esempi riconoscibili, perché secondo le voci più critiche tra quelle
che hanno preso parte alla discussione, il problema principale di un’espressione
come Web 2.0 è la sua genericità. Ognuno può intenderla come
vuole e al riguardo, chi sia interessato, può andare a ricostruire la complicatissima
fase di stesura della voce su Wikipedia. Dare Obasanjo, uno dei responsabili
tecnici di MSN, ha usato un paragone azzeccato. È un po’ come l’arte, scrive
sul suo blog. Molti sono in grado di riconoscere in un’oggetto qualità
‘artistiche’, ma appena chiedi di definire con esattezza cos’è l’arte cominci
a ricevere risposte quanto meno contraddittorie.

L’equivoco, come si accennava, nasce forse da quel ‘2.0’. Una cosa che ricorda
la modalità di denominazione di nuove versioni di un software. Un bel giorno
una software-house decide di presentare al pubblico una nuova versione che presenta
in genere miglioramenti e aggiunte rispetto alla precedente. È questo il
caso? Da un punto di vista strettamente tecnologico la risposta è no. Il
cuore del Web continuano ad essere TCP/IP, HTTP e il meccansimo dei link, fanno
notare in molti. E non potendo collegare l’espressione a specifiche svolte tecniche,
si deve constatare come Web 2.0 sia più che altro il tentativo di dare
un nome ad un insieme, nemmeno tanto omogeneo, di innovazioni emergenti.

Dalla genericità alla caduta nell’hype, il passo è breve.
A lanciare il sasso (e ad originare tutto il dibattito) è stato Tim
Bray
, noto come inventore di XML e attualmente ingegnere presso Sun Microsystems.
In un post
sul suo blog, ha dichiarato senza mezzi termini che a lui l’espressione Web 2.0
non piace affatto e che la considera come una vuota operazione di marketing. Specchietto
per le allodole che inizia a ricordare per certi versi i fantasmagorici tempi
della bolla.

A rispondergli è stato Tim O’Reilly (la casa editrice da lui
fondata è la principale supporter della filosofia Web 2.0). Gli argomenti
che usa paiono convincenti. C’è innanzitutto una questione nominalistica.
Web 2.0 non è altro che una sorta di slogan facile da ricordare, in grado
di fare presa, ma se ha avuto successo è solo perché capace di catturare
in modo efficace una sorta di zeitgeist, di dare il senso di quello che
sta accadendo sul web. Cambiare l’etichetta, insomma, non cambierebbe la sostanza.
Il gioco si sta modificando e i segnali sono tanti. Stanno emergendo nuove tipologie
di società e di servizi, si parla con insistenza della rete come vero sistema
operativo del futuro, dal consumo si sta passando alla partecipazione, dalla fruizione
passiva di contenuti altrui al boom dei contenuti generati dagli utenti distribuiti
e ri-usati in mille modi diversi grazie alla syndication in XML e ai servizi web.

Tutto giusto, tutto vero, ma forse ancora non così radicato come alcuni
vorrebbero far credere. Se ne riparla tra un paio d’anni, intanto il compromesso
tra i due campi potrebbe essere un bel Web 2.0 beta.

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