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Tutta colpa di Internet?

L'informazione legata alla pedofilia è spesso viziata da una 'sassaiola dell'ingiuria' rivolta ad internet piuttosto che ai criminali della pedopornografia. Tutta colpa della spettacolarizzazione della cronaca

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È triste a fine 2005 dover parlare ancora di pedofilia. È avvilente veder nascere nel terzo millennio dei semi-neologismi come ‘pedopornografia’. È origine di sconforto sentire queste parole corredate con cifre in crescita e spazi sempre più ampi nelle cronache quotidiane. Ma queste sensazioni non possono soffocare la normale necessità di una informazione obiettiva al riguardo. La pedofilia troppo spesso è stata associata direttamente a Internet. Non che le due questioni non abbiano a che fare una con l’altra, ma la confusione dei termini è stata troppo spesso prepotente, stucchevole e (il sospetto è cosa dovuta) non raramente artificiosa.

L’esempio è sotto gli occhi di tutti. È sufficiente partire da una notizia degli ultimi giorni. Questo il testo della news su RaiNews24 (solo un esempio, replicabile per varie altre fonti):

«Perquisizioni in dieci città italiane, fra le quali Cagliari, e decine di indagati per i reati di divulgazione di materiale pedo-pornografico. È il bilancio dell’operazione condotta dalla Polizia Postale e delle Comunicazioni di Catania su disposizione della Procura Distrettuale del capoluogo etneo, finalizzata al contrasto della divulgazione su internet di video pedo-pornografici. L’indagine è stata realizzata usando il nuovo programma peer/to/peer (file sharing) denominato “lime wire”».

Una domanda spiazzante: si è mai sentita una notizia che parlasse di un omicidio citando il nome dell’azienda produttrice dell’arma? Oppure si è mai letto di una operazione anti-pirateria che spiegasse il fatto che CD falsi venissero inviati tramite Poste Italiane? La spiegazione è semplice: il mezzo non dovrebbe avere nulla a che fare con il reato, se non nei termini più generali del dovere di cronaca: spiegare che la trasmissione è avvenuta via Internet è una spiegazione soddisfacente (in caso di omicidio si direbbe “gli ha sparato”), puntualizzare sul P2P è un complemento tutto sommato accettabile (in caso di omicidio si direbbe “con una calibro 9”), ma precisare anche il client utilizzato è una circostanza che fa emergere una qualche distorsione poco canonica (in caso di omicidio nessuno direbbe “con una automatica Beretta”).

Sul mezzo televisivo la dinamica assume una rilevanza ancor più marcata. Il canovaccio dei servizi giornalistici che spiegano le indagini relative alla pedo-pornografia è infatti ormai quasi istituzionalizzato: una scrivania, con le forze dell’ordine dietro; il nome dell’operazione che spettacolarizza la notizia; la nota del giornalista che non parla del malfattore, non parla dei “clienti”, ma parla ampiamente dei computer sequestrati, dei filmati identificati in rete, del commercio per via digitale; poi la telecamera fa vedere un mouse attivo su un sito discutibile e una scrivania zeppa di CD, monitor e portatili. Nel caso dell’indagine della Polizia Postale e delle Comunicazioni di Catania un tg nazionale ha addirittura focalizzato l’immagine su una lunga pila di floppy disc mostrati come prova inconfutabile del reato (come quando vengono mostrati sacchetti di cocaina o lucenti proiettili). La domanda nasce nell’ironia per sfociare nella drammaticità: nel momento in cui si parla di scambio via Internet, a cosa serve mostrare i floppy? Nel momento in cui si parla di filmati, a cosa servono dei supporti da 1.4Mb (in grado di contenere appena appena qualche immagine a bassa risoluzione)? Nel momento in cui un bambino viene sequestrato, molestato ed il tutto diventa il piacere di una terza persona, perché focalizzare l’attenzione sullo scambio piuttosto che sulle colpe di chi vende e di chi acquista?

Se solo si riflette pochi secondi, certe immagini e certe parole lasciano emergere una pericolosa superficialità da parte di chi si occupa dell’argomento. I motivi sono semplici: la “magia” di Internet permette di spettacolarizzare la notizia, lasciando emergere i meriti dellimpegno delle parti in causa e rendendo più “golosa” agli organi di informazione una conferenza stampa che dovrebbe altrimenti limitarsi a profili criminali o elenchi riguardanti il materiale trovato, le professioni degli indagati e poco altro. Tutta la materia interessante ai fini dell’audience (nomi, cognomi, volti) è celata sotto l’impenetrabile membrana della privacy, ma al pubblico qualcosa in pasto va pur dato…

Internet è uno strumento

Le necessità degli inquirenti e dei giornalisti sono chiare, ma una attenzione etica maggiore sarebbe probabilmente utile e gradita. Nel contempo il mezzo internet dovrebbe tentare di ottenere qualche tutela maggiore: se si deruba un furgoncino Mondialpol la colpa non è di chi gestisce la strada; se si uccide con un coltello la colpa non è del coltello; se ci si schianta contro un muro la colpa non è nemmeno del muro. L’importanza di Internet nel contesto è data dall’accelerazione imposta ad un fenomeno preoccupante di per se stesso: condividere filmati è semplice, l’anonimato e la riservatezza sono maggiormente garantiti, lucrare sul fenomeno è attività redditizia e tendenzialmente sicura. Le responsabilità del mezzo, dunque, ci sono ma sono intrinseche alla natura del mezzo stesso: veloce, facile, anonimo, tutte virtù che diventano pericoli nel momento stesso in cui si decide di adoperare lo strumento con fini poco costruttivi. Abbiamo sentito in proposito uno che di giornalismo e internet si occupa quotidianamente sul suo blog Penne Digitali, ovvero Roberto Zarriello: «nel mirino dovrebbe essere la pedofilia in generale e non tanto Internet come mezzo di diffusione della stessa. Gli strumenti di per sé non sono né buoni né cattivi, prendono l’una o l’altra connotazione in base all’uso che ne viene fatto. Sicuramente, però, le peculiarità di questo nuovo mezzo di comunicazione hanno dato un’accelerata, se così la si può definire, alla questione. I pregi dello scambio di informazione in qualsiasi momento, in qualsiasi luogo e anche in grande quantità hanno dato al fenomeno della pedofilia possibilità prima inimmaginabili. Ciò che, però, deve preoccupare è la considerazione che queste persone, pur operando on line, in quello che comunemente viene definito “il mondo reale” sono intorno a noi, magari anche persone assolutamente insospettabili con una vita normale alla luce del sole, che si trasforma davanti al pc con la protezione dell’anonimato on line».

Nel nome dell’informazione sarebbe bene dunque operare con maggiore responsabilità: Internet è uno strumento a cui bisogna fare attenzione, ma non certo un medium da cui dover star lontani. Internet è piena di pericoli ma anche pieno di opportunità; Internet è uno strumento comodissimo per i pedofili, ma il fenomeno non è certo dominante; Internet è uno strumento, e non si può approfittare della non-conoscenza per far passare un messaggio distorto ad una utenza già di per sé poco propensa ad approfittare delle incredibili opportunità concesse dall’innovazione tecnologica. Parole scontate per chi respira l’aria del web, parole non certo ovvie per chi il web lo guarda solo da spettatore dietro il filtro del telecomando, dello schermo e del tubo catodico. Continua Zarriello: “Internet è uno strumento, un mezzo diverso dagli altri, tanto potente da essere rivoluzionario, ma va conosciuto, invogliando ad un uso corretto, magari anche sensibilizzando i cittadini in modo che possano (perché no?) essere anche d’aiuto con segnalazioni su misfatti in rete”.

Un esempio di ottima informazione è quella contenuta sul sito web della Polizia dello Stato. Quello che segue è un trafiletto riguardante l’uso del web per delineare il profilo del “pedofilo online”:

«Maschio, per lo più tra i 20 e i 40 anni, appartenente ad una classe sociale medio-alta e nel 97% dei casi incensurato. E’ questo l’identikit del pedo-pornografo che opera attraverso la rete internet in Italia. Sulla base delle indagini finora portate a compimento, emerge che il 70% delle persone sospettate e denunciate per attività pedo-pornografica via web vive da sola. “Fare un identikit più preciso è piuttosto difficile” ho ribadito il criminologo Marco Strano sottolineando che oltre ai comportamenti dei pedofili vengono studiati parallelamente anche quelli dei bambini. Viene cioè analizzato il modo in cui si muovono nelle chat e sulla rete per definire eventuali comportamenti a rischio e poter poi sviluppare un’attività di prevenzione».

È giusto che a fine 2005 certi puntini sulle “i” vengano messi. L’invito è direttamente rivolto non a chi compie le indagini, ma a chi ne promuove pubblicamente i risultati: siate responsabili, perché una informazione sbagliata è una informazione pericolosa. Si combatta la pedofilia, ma si identifichino chiaramente i criminali. Si compia una battaglia senza sconti, ma non si criminalizzi uno strumento che, di per sé, non ha alcuna natura negativa: gli effetti collaterali sono dietro l’angolo. Perché non è colpa del coltello se uno strumento pensato per tagliare è anche usato per uccidere. Per usare una immagine nota e già usata, sviare la discussione sul mezzo invece che che sui colpevoli «significherebbe comportarsi come quel famoso stolto che, nel momento in cui con il dito gli viene indicata la luna, invece della luna guarda il dito».

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