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Tre padri e un social networks

Spunta un terzo padre per Facebook: se Mark Zuckerberg è colui il quale ne sta cercando il successo internazionale, Cameron Winklevoss ne sarebbe stato il primo committente e Aaron J. Greenspan dice di esserne l'ideatore originario. Con tanto di prove

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Tutti lo vogliono. Facebook ha appena varcato la soglia della popolarità e già si moltiplicano le rivendicazioni attorno alla paternità della sua idea. Trattasi di un motto d’orgoglio, in parte, e di un tentativo di entrare al banchetto di una torta sempre più promettente. Trattasi, insomma, di arrocarsi il diritto a spartire una fortuna sempre più evidente in cui il riconosciuto autore del social networks rischia di essere affiancato da chi potrebbe avergli quantomeno ispirato la sua creazione.

Tre i nomi da tenere in considerazione:

  • Mark Zuckerberg: è colui il quale ha spostato Facebook da Harvard alla Silicon Valley, ne ha riempite le casse con la moneta dei finanziatori e lo ha trasformato in una start-up piena di idee già valutate oggi nell’ordine di qualche miliardo di dollari;
  • Cameron Winklevoss: è colui il quale ha covato l’idea sotto il nome di ConnectU. Winklevoss aveva a suo tempo assoldato Zuckerberg per un lavoro da sviluppatore, ma alla sua uscita Zuckerberg avrebbe fatto proprio il codice per far nascere il suo Facebook. La causa è in tribunale e rappresenta una minaccia non indifferente per il social networks e per le sue possibili ambizioni di IPO o di cessione;
  • Aaron J. Greenspan: trattasi di un altro studente di Harvard, trattasi di un nuovo ulteriore autore proclamato di Facebook. Greenspan spiega di avere un’email in grado di testimoniare la propria paternità sull’idea di base del servizio: egli ha infatti fondato houseSYSTEM, servizio che nel settembre del 2003 descriveva come un “Face Book” per la socializzazione con altri studenti, servizio di cui Zuckerberg era sicuramente a conoscenza in quanto vi partecipava attivamente. «Authoritas: One Student’s Harvard Admissions» è l’autobiografia di Greenspan, 306 pagine in cui la sua avventura è descritta nei dettagli per «cercare giustizia» (e consegnata al New York Times all’evidente ricerca di subitanea pubblicità).

Zuckerberg, insomma, potrebbe aver preso le due idee ed averle poi combinate in un concept ben formato e pronto per il grande passo. Zuckerberg potrebbe aver fatto proprie idee altrui, potrebbe averle confezionate ad arte in un progetto di indiscussa bontà e potrebbe averle vendute alla Silicon Valley come proprie. Inevitabilmente, però, ora c’è qualche scheletro nell’armadio da smaltire.

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