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Contro il Sesto Potere una legge per l’editoria nata già vecchia

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Dieci anni fa lo scrivente insieme agli amici Ennio e Salvatore scrisse un libro intitolato Sesto Potere in cui descrivevamo il nuovo potere nell’editoria, il sesto, dopo la stampa e la televisione: i media digitali e internet. Erano tempi molto giovani per l’editoria in rete, ma già si capiva che stavamo parlando di un futuro rivoluzionario e dirompente.

Sono passati dieci anni e per il legislatore italiano pare sia cambiato veramente poco se la nuova proposta di legge per l’editoria che sta creando una sollevazione popolare nella Rete e nella blogosfera italiana dimentica quasi in toto l’editoria in rete se non con qualche vessazione fantasiosa.

L’aspetto più analizzato della nuova proposta di legge è stato il presunto obbligo per blogger e gestori di siti internet di registrarsi al Registro Operatori Comunicazione e altre fesserie da azzeccagarbugli. Non è la prima volta che la legge italiana si lancia in obblighi vessatori per i siti internet. A suo tempo si parlò di richiedere per ogni sito internet di informazione l’obbligo di un direttore responsabile e cose simili. Le proposte si sono scontrate con la effettiva inapplicabilità di queste proposte. E anche questa volta la minaccia si trasformerà in un nulla.

Anche in questo caso occorre vigilare per evitare colpi di coda o tentativi di strumentalizzazione più legati a tentativi di bloccare l’onda lunga del’editoria in rete e bloccare la lenta, ma chiara, agonia dell’editoria tradizionale, che a voler imbavagliare la libertà di espressione.

L’aspetto più grave della nuova proposta di legge per l’editoria è che nasce già vecchia perché è una legge nata e pensata intorno all’editoria cartacea tradizionale e con pochissimi riferimenti orientati al vero futuro dell’editoria nel digitale e nel multimediale.

Si tratta quindi sostanzialmente di una legge di conservazione e di mantenimento per difendere e tutelare gli status quo attuali dell’editoria cartacea. Le caste difese sono soprattutto gli editori di giornali e soprattutto gli editori di giornali di partito, ovvero i partiti stessi, che ricavano dalla esistenza in vita dei loro giornali ideologici finanziamenti per la loro sussistenza.

Un’altra casta che cerca di portarsi alla pensione con una legge del genere è quella dei giornalisti oramai fuori mercato per competenze tecniche o per conoscenza del nuovo media, che già cercano di ostacolare nei fatti l’accesso alla professione di giovani pericolosamente dotati di numeri nel nuovo mondo editoriale e con una legge conservatrice come l’attuale possono vivacchiare per ancora qualche anno.

In effetti per dare maggiore pluralismo all’informazione, come l’impianto della legge sostiene, occorrerebbe cercare di normare finalmente con equilibrio e buon senso, l’editoria in rete, evitando i buchi normativi causali o voluti, in cui vive in Italia il settore non per colpa sua.

Dato il successo del V-day varrebbe la pena di pensare all’organizzazione di un E-day per difendere e promuovere l’editoria in rete e per mandare attraverso la rete un bel vaffa a quelli che cercano di limitarne il futuro, purtroppo per loro, irrimediabilmente roseo.

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