QR code per la pagina originale

Yahoo difende il proprio operato in Cina

Davanti a una Commissione del Congresso USA, Jerry Yang ha difeso la trasparenza delle politiche adottate da Yahoo in Cina. Nel 2005 il colosso del Web fornì informazioni riservate su un account di un dissidente, poi arrestato dalle autorità di Pechino

,

Da due anni, il giornalista cinese Shi Tao sconta la propria pena in un carcere a causa del contenuto di una semplice e-mail. Dietro l’oscura vicenda ci sarebbe Yahoo, che avrebbe collaborato direttamente con il governo di Pechino fornendo informazioni sul dissidente poi arrestato. Nella giornata di martedì 6 novembre, Jerry Yang (amministratore delegato e cofondatore di Yahoo) ha reso una lunga dichiarazione davanti a una commissione del Congresso degli Stati Uniti per chiarire il ruolo della sua compagnia nella vicenda dell’incarcerazione di Shi Tao. Dinanzi ai membri del “House Committee on Foreign Affairs”, Yang ha dovuto rispondere a una semplice domanda: con quali motivazioni il governo di Pechino richiese informazioni riservate sull’account e-mail di Shi Tao? La possibilità di accedere a uno dei messaggi di posta elettronica sulle giornate di protesta di Tiananmen, da parte delle autorità cinesi, costò a Tao una condanna a dieci anni di carcere.

L’atteggiamento di piena collaborazione adottato con il governo di Pechino destò scalpore e numerose critiche nei confronti di una delle più grandi Web company del mondo. Il caso divenne ancor più rovente nel febbraio del 2006, quando la Commissione del Congresso accusò apertamente un altro dirigente di Yahoo, Michael Callahan, per aver fornito false informazioni sulle politiche adottate dalla compagnia per fronteggiare la rigida censura cinese. Callahan aveva dichiarato che Yahoo non era in alcun modo a conoscenza delle motivazioni che avevano spinto il governo di Pechino a richiedere informazioni sul giornalista Shi Tao. Alcuni mesi dopo la sua udienza, emersero però i domecumenti appartenenti a un carteggio tra le autorità cinesi e Yahoo, in cui risultava evidente l’intenzione di Pechino di accusare Tao per divulgazione di segreti di Stato. Stretto dall’evidenza dei fatti, Michael Callahan fu costretto a porgere le proprie scuse ufficiali alla Commissione, sottolinenado però la propria personale estraneità ai fatti, gestiti dai dirigenti della filiale di Yahoo a Pechino.

Nonostante le scuse e il chiarimento di Callahan, i membri della Commissione hanno deciso ugualmente di ascoltare Jerry Yang per avere informazioni dirette su come sia cambiata, o cambierà, la politica di Yahoo! nei confronti della censura cinese e della possibile violazione dei diritti umani. La compagnia è anche sospettata di aver fornito altre informazioni riservate alle autorità di Pechino, grazie alle quali sarebbero stati arrestati e imprigionati altri tre “dissidenti”. Nel suo intervento davanti alla Commissione del Congresso, Jerry Yang ha confermato l’impegno di Yahoo! per la difesa dei diritti umani e della riservatezza per i suoi clienti, dichiarando: «siamo una compagnia fondata sulla trasparenza, lo scambio di informazioni e la fiducia degli utenti, e crediamo fermamente nella libertà di espressione e nella riservatezza». Yang ha poi sottolineato come la sua compagnia sia soggetta alle leggi dei paesi in cui opera, così come avviene per tutte le grandi multinazionali statunitensi. Sempre secondo Yang, ciò implica un’osservanza delle regole imposte dai governi stranieri, autorità di Pechino comprese.

La relazione esposta dall’amministratore delegato di Yahoo non ha però soddisfatto pienamente il presidente Democratico della Commissione Tom Lantos, che reputa ancora ambiguo il comportamento dell’azienda di Sunnyvale. Il problema della censura e dell’infrazione dei diritti umani da parte dei governi autoritari non riguarda solo Yahoo, ma ha interessato negli ultimi mesi altri colossi di Internet come Google e Microsoft. Per tutelare il proprio operato, Yahoo ha dichiarato di avere intrapreso, con altre web company e associazioni per i diritti umani, la creazione di un codice di condotta comune da utilizzare in numerosi paesi esteri, compresa la Cina.

Notizie su: