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Anche i dipendenti ICT hanno la loro malattia, si chiama “tecnostress”

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“Tecnostress” è il termine che indica una patologia da stress dovuta a difficoltà di gestione della tecnologia. I più esposti al rischio di ammalarsene sono coloro che, per lavoro, stanno dalle otto alle dodici ore al giorno davanti ad un computer. I sintomi sono: ansia, stanchezza mentale, attacchi improvvisi di rabbia e panico, depressione.

Lo psicologo Americano che coniò l’espressione “tecnostress”, nel 1984, si chiama Craig Board e all’epoca fu autore di un libro sull’argomento dal titolo “Tecnostress: the uman cost of computer revolution”.

Il testo fu un riferimento importante per molti studi successivi sull’argomento, ma quando uscì per la prima volta, negli Usa, il nostro ritardo culturale rispetto all’informatizzazione delle imprese statunitensi era così enorme che nessuno sapeva di cosa si stesse parlando.

Ventitré anni dopo, quel gap è stato colmato, e il libro-inchiesta di Enzo Di Frenna, “Tecnostress in azienda: Mobil Work, Life Management e rischio d’impresa”, non potrebbe essere, purtroppo, più attuale. Oggi sappiamo, anche al di qua dell’oceano qual è il costo umano della rivoluzione informatica.

I rimedi al tecnostress ci sono, o meglio, è possibile prevenirlo più che curarlo. A questo proposito, Di Frenna, che ne parla anche nel suo blog, suggerisce di fare sport e meditazione.

Se funzionasse davvero, converrebbe che le imprese si attrezzassero, organizzando spazi e tempi aziendali per offrire ai loro dipendenti palestra e corsi di yoga. Forse non sarebbe tempo perso…
Forse si guadagnerebbe in produttività.

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