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In risposta a Giacomo: la tecnologia non è mai legata al suo uso

Parlando del computer da 100$ di Negroponte Giacomo sulle pagine del presente blog ha più volte usato il termine colonialismo per esprimere il suo rifiuto della possibile bontà di un simile progetto. Specialmente facendo riferimento alla notizia della distribuzione open di Sim City su simili laptop. Giacomo si chiede proprio se sia l’unico a pensarlo. [...]

Parlando del computer da 100$ di Negroponte Giacomo sulle pagine del presente blog ha più volte usato il termine colonialismo per esprimere il suo rifiuto della possibile bontà di un simile progetto. Specialmente facendo riferimento alla notizia della distribuzione open di Sim City su simili laptop. Giacomo si chiede proprio se sia l’unico a pensarlo.
Non sono per niente daccordo con il suo sdegno e proprio a partire dalle basi della questione morale che lui pone:

[...]esportare un modello economico significa in qualche modo legare un paese alla propria produzione; esportare un modello comunicativo significa in qualche modo vincolare il paese-cliente al proprio modello informativo; esportare un modo di pensare significa in qualche modo soggiogare il paese-utente al proprio modello razionale. Esportare un computer significa dunque anche imporre un modello culturale[...]

Non posso concordare perchè la sua prospettiva presuppone che in una tecnologia sia compreso il suo utilizzo, ovvero che un oggetto seppur complesso come un computer o un software o qualsiasi “prodotto” o insieme di prodotti, abbiano inscritti in sè dei valori d’uso e quindi dei valori d’interpretazione da parte degli utilizzatori. Al contrario ritengo che la cosa sia molto diversa.

Penso che la tecnologia (dove con questa parola intendo anche la tecnologia del martello o della ruota) sia un artefatto con il quale ognuno negozia significati. E questi significati molto spesso cambiano a seconda del mutare di spazio e tempo.
Sono innumerevoli gli esempi di oggetti o tecnologie che nel corso del tempo hanno cambiato uso e funzione (il telefono in primis nel corso dei suoi primi 30 anni di vita) e ancora più numerosi gli esempi di tecnologie che in luoghi diversi sono usati in maniere diverse (sempre il telefono, ma cellulare, in Africa).

Questo perchè l’uomo ha la tendenza naturale a far aderire il mondo intorno a sè alle proprie esigenze, a piegare tutto ciò che lo circonda per rendere più confortevole la propria realtà. E questo è particolarmente forte ed efficace nel caso dei gruppi sociali, che con l’intelligenza collettiva possono raggiungere risultati impossibili ai singoli.
Dunque donare una tecnologia (sufficientemente “aperta” ovvero soggetta a possibili riutilizzi e in questo senso un computer open source lo è) ad una popolazione intera non lo vedo come colonialismo anche qualora fosse stato fatto con scopi colonialistici. Perchè gli africani o chi per loro faranno con quel computer quello che vorranno che non è necessariamente quello che vogliono i produttori o quello che ci facciamo noi, ma quello che più conviene a loro e qualora non ci fosse nulla di conveniente per loro non ci faranno nulla.

E’ di certo vero che nessun medium è mai neutro, nel senso non solo che in sè non è nè buono nè cattivo ma soprattutto che non è mai ininfluente. Dunque nessun medium è mai pericoloso, proprio perchè ognuno ne fa l’uso che crede e quest’uso è assolutamente impossibile da prevedere. Se fosse prevedibile una cosa del genere sarebbe come avere la ricetta per fare i soldi.

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  • Emanuele

    Ciao a tutti.

    Credo che questa discussione sia molto stimolante… provo a fornire il mio contributo.

    Sono molto d’accordo con Giacomo e in sostanziale disaccordo con Gabriele.
    In primo luogo perché, come sostiene Giacomo, andremo probabilmente a fornire non solo tecnologia ma, per mezzo di questa, anche un modello culturale; in secondo luogo perché secondo me Gabriele dà per scontato un fattore niente affatto secondario, cioè che il concetto stesso di ‘tecnologia’ sia universalmente condiviso e condivisibile.

    Cito la frase di Gabriele: “l?uomo ha la tendenza naturale a far aderire il mondo intorno a sè alle proprie esigenze, a piegare tutto ciò che lo circonda per rendere più confortevole la propria realtà”.

    Ecco: questo secondo me non è vero, perché non è “l’uomo”, ma “l’uomo occidentale” ad avere la tendenza naturale a voler dominare la natura.

    Penso a culture come quella degli Indiani d’America ad esempio, oppure ad altre dell’America del sud: tutte, appunto, fatte scomparire dalla nostra tecnologia (che nella fattispecie erano le armi, le strategie militari, l’alcol, lo sfruttamento intensivo di risorse naturali – es. i bisonti).

    La stessa tecnologia che ci ha dato acqua corrente, riscaldamento, mobilità; ma anche inquinamento, disagio sociale, situazioni di solitudine.

    Condivido le parole di Gabriele, ma non ne condivido il presupposto: dice cose giuste se le rapportiamo alla nostra cultura, ma dimentica di porsi il problema – e non mi pare un problema da poco – se parole come ‘tecnologia’ o ‘medium’ possano essere utilizzate, e con lo stesso significato, in altri contesti.

    Insomma: anche qualora fosse fatto a fin di bene, credo sarebbe opportuno che la smettessimo di “misurare il mondo” secondo i nostri schemi mentali, perché, appunto, sono solo interpretazioni, frutto di un percorso storico e culturale solo nostro, non universale.

    Potrei esprimere la stessa opinione anche per il concetto di ‘democrazia’, ma me ne astengo, perché si aprirebbe un discorso infinito.

    Grazie per l’attenzione e per l’occasione di esprimere le mie idee.

  • http://sonovivoenonhopiupaura.blogspot.com Gabriele Niola

    Leggo quel che dice Emanuele ma continuo a non condividere.

    Innanzitutto la parte: “andremo probabilmente a fornire non solo tecnologia ma, per mezzo di questa, anche un modello culturale”.
    Non credo. Perchè i modelli culturali per definizioni sono intrinsechi alle società e solo secondariamente (e da queste) inscritti nei propri artefatti. O meglio, una società, una cultura o un gruppo sociale producono una tecnologia e ci inscrivono dei significati (cioè dei modelli d’uso) a partire da quello che è il loro modello culturale. Dunque quella tecnologia viene interpretata secondo quei presupposti da tutti i membri di quella comunità.
    Tuttavia quando si cambia paradigma culturale è la medesima tecnologia a venire interpretata diversamente e non il paradigma culturale a cambiare.
    Emanuele fa il paragone con civiltà “meno evolute” che non vogliono dominare la natura come noi. Vero, tuttavia queste compiono le medesime operazioni con le loro tecnologie. Dalla ruota, ai coltelli, alle lance a tantissime altre tipologie di tecnologie più primitive da sempre l’uomo piega la realtà che lo circonda per semplificarsi la vita.
    E’ veramente raro che una cultura incorpori della tecnologia come anche degli usi senza modificarli o adattarli a sè. Poi, ma solo secondariamente e in seguito, queste modificano la società stessa ma questo è un processo normale e parte dalle loro basi culturali.

    L’appunto “tutte, appunto, fatte scomparire dalla nostra tecnologia” anche non mi trova daccordo. Siamo noi che li abbiamo fatti scomparire, non la nostra tecnologia. Gli indiani potevano convivere con internet e i fucili, più difficilmente potevano convivere con noi che li confiniamo nelle riserve.
    Donare tecnologia per vedere che uso ne viene fatto non è una pratica di distruzione culturale o di colonizzazione ma una possibilità offerta. Possibilità che la cultura ricevente può tranquillamente rifiutare anche se più probabilmente modificherà la tecnologia e la incorporerà.

    Ripeto l’esempio fatto in precedenza del telefono cellulare in Africa perchè mi sembra molto pregnante. Non solo non ha distrutto una civiltà, anzi la sta molto aiutando e in maniere a noi sconosciute e che non potremmo imitare.