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Respinto il ricorso contro la RIAA

Dopo essere stata ingiustamente perseguita dall'associazione delle etichette musicali, una casalinga disabile dell'Oregon ha fatto causa alla RIAA per pratiche illecite ma si è vista respingere la richiesta per come aveva spiegato l'accaduto

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Quando nell’Agosto del 2005 la RIAA, l’associazione che riunisce le principali etichette musicali statunitensi, ha dato il via ad una causa per infrazione di copyright contro Tanya Andersen, una madre di famiglia disabile che palesemente non aveva potuto commettere i crimini di cui era accusata, l’attenzione sugli atteggiamenti delle etichette musicali nella lotta alla pirateria fu molto grossa.

Durante quella causa molte furono le mosse poco corrette della RIAA che, nonostante gli svariati tentativi, fu infine costretta a lasciar cadere ogni accusa e abbandonare l’idea di mettere dietro le sbarre la signora Andersen. Tuttavia l’imputata non è certo tornata a casa in silenzio e ha subito fatto partire una controcausa nella quale accusa la RIAA di comportamento illecito per il modo in cui ha investigato sulla sua vita, controcausa che ora però non è stata approvata e attende un riesame.

Per dimostrare che la signora Andersen aveva condiviso su KaZaa una folta library di gangsta rap (sic!) gli emissari della RIAA si sarebbero macchiati (secondo l’ex accusata) di frode, inganno e pratiche poco pulite come contattare persone a lei vicine di nascosto o penetrare nei suoi appartamenti. Tutto sulla base di un’unica prova: un indirizzo IP.

Gli estremi per citare in giudizio l’associazione dunque ci sarebbero se non fosse che, secondo il giudice federale che ha esaminato la domanda della signora Andersen, i moduli non sarebbero stati compilati correttamente. In sostanza non sarebbe spiegato bene e correttamente come la RIAA, attraverso MediaSentry (il suo braccio operativo per tali situazioni), si sarebbe macchiata dei crimini di cui è accusata.

Ora c’è tempo un mese per ripresentare la domanda in maniera corretta e a testimonianza della propria buona fede il giudice Anna J. Brown dopo aver respinto la domanda ha trascorso 45 minuti di tempo con l’accusante per spiegarle come vada formulata la richiesta. Abbastanza scontate le reazioni rilasciate dall’associazione ad ArsTechnica: «La decisione della corte di lasciar cadere le accuse non fa che confermare il nostro punto di vista e cioè che trattavasi di affermazioni infondate».

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