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Aziende italiane indietro in Europa? È l’ICT la causa

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Pare sia l’ICT la componente mancante nella risalita delle aziende italiane, considerate, secondo diverse analisi, indietro in quanto a competitività. Un gap, quest’ultimo, considerato molto marcato a livello europeo, nei confronti di altri paesi che, al contrario, hanno intrapreso una strada fatta di organizzazione e pianificazione, mirata a raggiungere risultati importanti.

Sulla base di cosa, però, si può affermare questo ritardo delle aziende italiane? A risponderci è un’indagine, condotta su 215 aziende manifatturiere e di servizi, all’interno della quale vengono esplicati alcune motivazioni che spiegano il gap dell’Italia.

Una delle motivazioni è, secondo gli esperti, che in Italia c’è forte prevalenza di piccole e medie imprese, le quali non possiedono le capacità economiche per basare il lavoro totalmente sull’ICT.

Questo procedimento, infatti, avviene, ad oggi, solo in quelle imprese che fanno dell’ICT il loro settore di lavoro mentre le aziende operanti in altre realtà vedono la tecnologia come un lontano miraggio.

Altro problema è costituito, anche all’interno di settori in cui l’ICT è fondamentale, dall’incapacità a sfruttare tutte le potenzialità della tecnologia. Infatti, nonostante più del 70% delle imprese analizzate, abbia riportato, in seguito all’introduzione della tecnologia, una forte diminuzione dei costi organizzativi, tale crescita non si è registrata nell’ambito dello sviluppo – prodotto.

Il problema fondamentale è individuato nel fatto che anche gli stessi organi amministrativi dell’azienda continuano a considerare la politica dello sviluppo, come una manovra sui cui risparmiare, contenendo il più possibile i costi.

A quanto detto si aggiunge l’innata propensione degli italiani a prediligere la tradizione. Ciò naturalmente si riflette anche nell’economia, ed allora, guai a cambiare strategie e modelli organizzativi.

Questo ha portato i vertici delle aziende italiane a non rendersi conto della strada che gli altri paesi stanno seguendo, ovvero meno burocrazia (praticamente nulla) e una forte valorizzazione del capitale umano, educato alla condivisione e alla collaborazione.

Insomma, urge cambiare e poco importa se non siamo propensi a farlo. Bisogna cambiare per non aumentare un divario considerato già preoccupante e che, se non si marcerà verso una rivalutazione del “capitale organizzativo”, porterà le nostre aziende a dover rincorrere l’Europa.

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