L’allarme lanciato da Calabrò
L'AGCOM nella sua relazione annuale ha puntato pesantemente il dito contro la carenza infrastrutturale italiana: nei prossimi anni mancheranno le strutture su cui far correre il traffico della rete e si perderanno così opportunità e produttività
La relazione AGCOM illustra quelle che sono le principali caratteristiche degli interventi nel settore a livello internazionale. E per l’Italia suggerisce un approccio specifico, che parte innanzitutto da una domanda che va in qualche modo stimolata: «Dal punto di vista della domanda, l’attuale contesto è caratterizzato da una carenza strutturale dovuta all’ancora basso grado di alfabetizzazione informatica delle famiglie e delle imprese italiane. Quindi politiche di sostegno alla domanda – quali l’incentivazione all’adozione di apparecchiature informatiche, l’innalzamento del grado di alfabetizzazione informatica attraverso adeguate politiche scolastiche e formative, le agevolazioni alle piccole e medie imprese per l’utilizzo della larga banda, l’aumento del livello di informatizzazione della pubblica Amministrazione – rappresentano un necessario complemento alle misure di stimolo all’offerta di reti a larghissima banda». Inoltre occorre snellire le pratiche che portano alla costruzione delle reti, nonché un’organizzazione a monte che riduca pesantemente tempi e oneri a carico della pubblica amministrazione: «Prevedere il collocamento della fibra ottica nelle nuove urbanizzazioni, inserire la posa della fibra nella pianificazione della manutenzione ordinaria delle strade, all’atto dello scavo di un tunnel per la metropolitana o della posa di un cavo elettrico o della realizzazione di una condotta idrica o di una fognatura, significa ridurre i costi e i tempi in misura enorme».
Nonostante anni di battaglie e di polemiche, insomma, l’aumentata copertura e capacità di banda non hanno minimamente risolto il problema del digital divide. Perchè mentre l’Italia cresceva a piccoli passi, altrove la progressione era ben più rapida ed efficiente. L’allarme, dunque, torna a farsi sentire senza aver perso minimamente il suo carico: «Senza il passaggio alla larga banda il digital divide non riguarderà solo le aree meno servite del Paese ma segnerà il distacco tra la richiesta emergente di nuovi servizi e la capacità di soddisfarli e, allo stesso tempo, tra i Paesi avanzati che procedono ad alta velocità e l’Italia instradata su binari a scartamento ridotto».
L’AGCOM ammette di non poter agire a livello politico, ma si assume l’onere di suggerire. E pertanto punta il dito contro le infrastrutture, vera grande piaga nazionale gravante sulle ambizioni di crescita e di innovazione. La chiusura la si lascia ancora alle parole, particolarmente ispirate, usate nella relazione. Parole da appuntare, a memoria futura: «Fare dell’Italia una “fiber nation” significa riportare l’orologio indietro di vent’anni, fino al progetto (allora forse prematuro) in seguito al cui abbandono è venuta a mancare al nostro Paese una rete in cavo. Abbiamo pagato così un alto prezzo in termini di pluralismo informativo e concorrenziale, per l’assenza di alternative
all’infrastruttura di telecomunicazioni in rame ed alle reti radiotelevisive tradizionali. Vent’anni dopo, forse non è ancora troppo tardi: l’Italia ha l’occasione di ripartire, ha la possibilità di portare la fibra (con le integrazioni via radio) in casa dei cittadini [...] Dobbiamo deciderci a decidere: o stiamo al passo coi tempi o l’involuzione ci aspetta dietro l’angolo».
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