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AGPL: quando l’open source si fa 2.0

L'avvento delle applicazioni Web sta rivoluzionando il modo in cui l'utente utilizza il software, ma il software-as-a-service introduce alcuni nuovi problemi per privacy e sviluppo open source. Marco Barulli e Richard Stallman propongono una nuova ricetta

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Solo fino a qualche anno fa in pochi si sarebbero aspettati che il web potesse andare oltre la semplice veicolazione di informazioni e diventare una piattaforma che ospitasse vere e proprie applicazioni. La cosa ha cambiato le regole sia nel mercato del software proprietario sia in quello del software libero e open source.

Negli ultimi giorni ha avuto un’enorme eco l’appello di Marco Barulli per una più decisa presa di posizione da parte degli sviluppatori open source (e dei suoi utenti) per tutelare l’effettiva libertà del codice (e, di nuovo, dei suoi utenti). Infatti nel caso di servizi online e applicazioni web, in cui il software non viene redistribuito all’utente, le aziende possono alterare e adattare il codice senza rendere pubbliche le modifiche, come solitamente previsto ad esempio dalla General Public License, e senza violarne la licenza. Questa possibilità deriva da quella che Tim O’Reilly, esponente di spicco della comunità open, definì già due anni fa l’obsolescenza delle licenze open source nei confronti del Web 2.0.

La soluzione a tale problema è arrivata con la licenza AGPL (Affero General Public License) la quale prevede appunto che il codice rilasciato sotto tale licenza e poi modificato debba essere a sua volta reso pubblico in ogni caso, anche se il programma gira in remoto, che è proprio il caso delle applicazioni Web 2.0.

Molte aziende utilizzano software open source modificato per creare applicazioni e servizi e un utilizzo massiccio della licenza AGPL da parte degli sviluppatori costringerebbe la pubblicazione di tali modifiche e questa è un’evenienza che alcune società non vedrebbero di buon occhio. Non sembra quindi un caso che proprio Marco Barulli che aveva scelto Google Code per ospitare i sorgenti che sono alla base del progetto Clipperz (sviluppato assieme a Giulio Cesare Solaroli) si sia visto recapitare un messaggio che lo invitava a spostare il progetto su di un altro sito, poiché «non è OK ospitare su code.google.com un programma coperto dalla AGPL».

Marco Barulli non è solo in questo appello ma è affiancato da Richard Stallman in persona. Il fondatore del progetto GNU appoggia in pieno i tre punti che vengono elencati nell’appello. Oltre al consiglio destinato agli sviluppatori web di preferire la licenza AGPL, viene proposto l’utilizzo di un paradigma zero-knowledge che permetta una maggiore tutela della privacy degli utenti. Le applicazioni web solitamente memorizzano dati e documenti degli utenti su server remoti. A tal proposito Barulli dice: «Quando sposto la mia applicazione verso il Web, […] mi piacerebbe conservare il controllo sui miei dati. Sono ancora i miei dati». Il paradigma zero-knowledge prevede la cifratura dei dati prima dell’invio al server, rendendo così il provider del servizio incapace di accedervi. Il terzo punto, infine, auspica un miglioramento degli attuali browser al fine di avere un maggiore controllo sul codice JavaScript che viene eseguito sul computer dell’utente: l’utente dovrebbe essere in grado sia di utilizzare una diversa versione del codice, personalizzando così il comportamento dell’applicazione, sia di avere la possibilità di confrontare le diverse versioni ed essere avvisato nel caso il browser stia caricando una versione aggiornata o comunque del codice JavaScript. Questa soluzione, su cui lo stesso Stallman insite parecchio, potrebbe essere realizzata tramite estensioni e plugin da applicare agli attuali browser.

L’iniziativa ha raccolto anche il consenso di Fabrizio Capobianco, presidente di Funambol, che si dice «completamente d’accordo con Marco sulla necessità della AGPL» consigliando agli sviluppatori di «adottare la AGPL fin dall’inizio, così che la comunità venga protetta e che tutte le modifiche fatto sul vostro codice vengano restituite alla comunità».

Abbiamo quindi contattato Marco Barulli il quale gentilmente ci ha concesso una breve intervista.

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