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Toc Toc! Sono Safari, disse Google Chrome…

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Google Chrome è uscito dal bozzolo e, almeno sulla carta, ha risolto i suoi bachi più gravi. Uno di questo riguardava l’accesso a Hotmail. Infatti durante l’utilizzo della celeberrima webmail di Microsoft Chrome presentava problemi durante la composizione di nuovi messaggi e il passaggio tra le varie cartelle. Anche una volta risolto il baco in Safari, Hotmail continuava ad elencare Chrome tra i browser non supportati.

Ma ecco che Google corre in soccorso dei propri utenti (e di quelli di Hotmail) proponendo una soluzione che non risolve veramente il problema, ma piuttosto gli gira attorno (gli anglofoni lo chiamano appunto Workaround): basta far credere a Hotmail che il browser utilizzato è Safari, che con Chrome condivide il motore di rendering Webkit (in realtà non è proprio lo stesso, ma questa è un’altra storia). Più tecnicamente parlando basta cambiare lo User Agent di Chrome, avviandolo con l’opzione

--user-agent="Mozilla/5.0 (Windows; U; Windows NT 5.1; en-US) AppleWebKit/525.19 (KHTML, like Gecko) Version/3.1 Safari/525.19"

Ovvero «piacere di conoscerla, sono Safari su Windows». O qualunque altro browser, scegliendo il giusto User Agent (Internet Explorer, Firefox e così via). Altri browser come Konqueror (che per inciso è il browser da cui Apple ha preso KHTML divenuto poi Webkit) sono più abituati ad essere discriminati da siti più o meno importanti e hanno già una funzione del genere facilmente raggiungibile nelle impostazioni, e neanche Firefox manca di un’estensione ad hoc.

Tutto questo poiché, per quanto sia diritto dei vari siti fare una selezione all’ingresso (Facebook non funziona bene con IE 6), i browser di minoranza sono troppo spesso esclusi dalla lista degli invitati. Basterebbe fare una lista al contrario, contenente solo i browser non graditi. O magari cominciare a rispettare seriamente gli standard web e parlare tutti la stessa lingua.

Nota di fondo. Hotmail ha corretto il problema e accoglie Chrome a braccia aperte. Della serie «Tutto è bene quel che finisce bene».