QR code per la pagina originale

Quando la pirateria è un veicolo pubblicitario: il caso Whack ‘em All

,

La Fairlady Media, società formata dai coniugi statunitensi Constance e James Bossert, ha qualche mese fa lanciato un video game per iPhone e iPod Touch, chiamato Whack ‘em All. Si tratta di una rivisitazione elettronica del popolarissimo gioco, immancabile in ogni Luna Park degno di questo nome, che consiste nel colpire con un martello le talpe che escono dalle tane.

Un’idea simpatica, ma non certo travolgente; infatti, una volta messo in vendita sull’iTunes App Store alla cifra di 99 centesimi, è stato scaricato da una media di appena dieci persone ogni giorno. Tutto questo finché un hacker, noto come “most_uniQue”, ha deciso di “piratare” il videogioco, suscitando, sulle prime, le ire degli autori.

Ben presto però la furia per essere stati derubati della loro proprietà intellettuale si è trasformata per James e Constance in desiderio di capire i motivi che hanno spinto most_uniQue a compiere il suo gesto. Ne è seguito un lungo e proficuo scambio di email fra i diretti interessati, documentato da TorrentFreak, nel quale il pirata informatico ha spiegato di aver agito in polemica con la politica di vendita adottata dalla Apple, che, non permettendo di provare le applicazioni prima di acquistarle, forza di fatto gli utenti a comprare a scatola chiusa.

Le parole di most_uniQue hanno persuaso James, che ha così deciso di rendere disponibile Whack’em All gratuitamente, finanziandosi con donazioni e messaggi pubblicitari. Il successo, come confermato dallo stesso Bossert, è stato immediato: non solo le vendite sull’App Store sono raddoppiate (da dieci a venti download giornalieri) ma le stesse donazioni hanno raggiunto la lusinghiera cifra di 75 dollari nel giro di pochissimo tempo.

Una vittoria per tutte le parti in causa. Peccato solo per il silenzio (forse imbarazzato, forse semplicemente disinteressato) della Apple: storie come questa dimostrano che, molto più spesso di quanto si pensi, le “ragioni dei pirati” non sono meramente economiche o di principio, ma hanno a che fare con un disagio ben più profondo: quello di sentirsi ignorati o persino ingannati da coloro i quali dovrebbero invece fare tesoro dell’opinione dei clienti.

Commenta e partecipa alle discussioni