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L’estremo bavaglio

Questo il testo dell’emendamento approvato nella giornata di ieri sotto proposta del senatore Gianpiero D’Alia: Quando si procede per delitti di istigazione a delinquere o a disobbedire alle leggi, ovvero per delitti di apologia di reato, previsti dal codice penale o da altre disposizioni penali, e sussistono concreti elementi che consentano di ritenere che alcuno [...]

Questo il testo dell’emendamento approvato nella giornata di ieri sotto proposta del senatore Gianpiero D’Alia:

  • Quando si procede per delitti di istigazione a delinquere o a disobbedire alle leggi, ovvero per delitti di apologia di reato, previsti dal codice penale o da altre disposizioni penali, e sussistono concreti elementi che consentano di ritenere che alcuno compia detta attività di apologia o di istigazione in via telematica sulla rete internet, il Ministro dell’interno, in seguito a comunicazione dell’autorità giudiziaria, può disporre con proprio decreto l’interruzione della attività indicata, ordinando ai fornitori di connettività alla rete internet di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine;
  • Il Ministro dell’interno si avvale, per gli accertamenti finalizzati all’adozione del decreto di cui al comma 1, della polizia postale e delle comunicazioni. Avverso il provvedimento di interruzione è ammesso ricorso all’autorità giudiziaria. Il provvedimento di cui al comma 1 è revocato in ogni momento quando vengano meno i presupposti indicati nel medesimo comma;
  • I fornitori dei servizi di connettività alla rete internet, per l’effetto del decreto di cui al comma 1, devono provvedere ad eseguire l’attività di filtraggio imposta entro il termine di 24 ore. La violazione di tale obbligo comporta una sanzione amministrativa pecuniaria da euro 50.000 a euro 250.000, alla cui irrogazione provvede il Ministro dell’interno con proprio provvedimento;
  • Entro 60 giorni dalla pubblicazione della presente legge il Ministro dell’interno, con proprio decreto, di concerto con il Ministro dello sviluppo economico e con quello della pubblica amministrazione e innovazione, individua e definisce i requisiti tecnici degli strumenti di filtraggio di cui al comma 1, con le relative soluzioni tecnologiche;
  • Al quarto comma dell’articolo 266 del codice penale, il numero 1) è così sostituito: “col mezzo della stampa, in via telematica sulla rete internet, o con altro mezzo di propaganda.

Il testo, si verrà a sapere in seguito, nasce dalla necessità avvertita di fermare in modo particolare i gruppi pro-mafia (e similari) proliferati su Facebook. Il primo vizio nella procedura, insomma, sembra nascere proprio su questo aspetto: per risolvere un caso particolare (peraltro opinabile) si tenta di creare una claudicante regola generale. Da questo percorso improbabile discerne tutto il resto.

La frase centrale è la seguente:

[...] il Ministro dell’interno, in seguito a comunicazione dell’autorità giudiziaria, può disporre con proprio decreto l’interruzione della attività indicata, ordinando ai fornitori di connettività alla rete internet di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine

L’unica interpretazione plausibile è quella per cui il Governo voglia imporre veri e propri filtri preordinati al Web nella forma già praticata per regolamentare il gioco d’azzardo online. Tali filtri dovrebbero essere messi a punto con strumenti la cui progettazione è lasciata ancora una volta al Ministero dell’Interno:

[...] il Ministro dell’interno, con proprio decreto, di concerto con il Ministro dello sviluppo economico e con quello della pubblica amministrazione e innovazione, individua e definisce i requisiti tecnici degli strumenti di filtraggio [...] con le relative soluzioni tecnologiche

L’apologia di reato è invece identificata dall’autorità giudiziaria, dal cui incipit dovrà essere avviata la trafila che può portare un sito web nella lista nera dello Stato.

Il provvedimento suscita enormi perplessità. Enormi. In primis perchè l’apologia di reato è già regolamentata per conto proprio, senza che occorra quindi una norma specifica per il Web. In secondo luogo l’idea di filtrare il Web è già stata bocciata più e più volte, ma torna cadenzialmente tra i metodi che le istituzioni adottano per mettere al laccio una realtà troppo “liquida” per essere controllata. Terzo: chiedere agli ISP di filtrare i siti web messi all’indice, soprattutto se trattasi di un sito quale Facebook, significa chiedere nuovamente agli ISP stessi di mettersi contro la propria stessa clientela. Ed il metodo è la parte peggiore, perchè un filtro a livello di ISP impone serie riflessioni sulla libertà di espressione introducendo giocoforza la censura sul Web italiano.

L’emendamento, insomma, farà discutere ancora e molto. Ma in Senato la discussione è terminata in trenta secondi appena: emendamento approvato.

Se vuoi aggiornamenti su L’estremo bavaglio inserisci la tua e-mail nel box qui sotto:

  • http://www.matriz.it/ Mattia

    Invece di filtrare non sarebbe meglio incriminare chi ha pubblicato quelle cose (tenendo conto che in Italia esiste una cosa chiamata Costituzione).

  • Ratamusa

    Faccio presente che in Italia chiunque non sia conforme a quanto deciso dalla maggioranza, immigrato e sia privo di sostentamento economico, attualmente viene considerato terrorista, barbone o clandestino e quindi da spiare, imprigionare, schedare, fare morire di malattia o rispedire al suo paese (qualunque esso sia) dove, quasi sicuramente, verrà imprigionato, malmenato, talvolta accoppato e usato come esempio per chi tentasse di scappare ancora.

  • Enzo R.

    “Dov?è esattamente quella sottile linea rossa che divide il ?si può dire? dal ?non si può dire?, o quantomeno dal ?sarebbe opportuno non dire?” Questa è la chiusa di un post di Giacomo Dotta del 30 aprile 2008 titolato ?Approvatelo voi un commento così?. Il post si riferiva ad un commento di un altro post dove un tizio, in buona sostanza, difendeva, direi viscidamente, la pedofilia.
    Ci furono 14 commenti al Post di Dotta, ovviamente non tutti concordi, incentrati sull?opportunità o meno di pubblicare quel commento.
    Quella sottile linea rossa è ancora lì, sebbene non si sappia esattamente dove, a creare pesanti riflessioni, se non a proporre inquietanti dilemmi di coscienza per chi si pone i problemi senza pregiudizi. Che il Senato abbia deciso in cinque secondi, o giù di lì, non mi sorprende: mi lascia invece perplesso la sicurezza di quei commenti (si vedano altri post sull?argomento) che banalizzano la questione con una battuta e qualche sarcasmo.
    Il dilemma è chiaro: lasciare piena libertà di espressione ai blogger delegando alla Giustizia il compito di rilevare e giudicare le infrazioni a questo o a quel codice, oppure imporre agli ISP azioni preventive (leggi censura) atte a limitare le infrazioni?
    Nel primo caso, ineccepibile sul piano di un qualsiasi ordinamento sociale, emerge (specie dalle nostre parti) il più che millenario interrogativo di Giovenale ?Quis custodiet ipsos custodes??: chi controllerà i controllori? Nel secondo caso si corre il rischio di porre in discussione la libertà di espressione che è uno dei pilastri dei blog (e della democrazia).
    Il richiamo all?autocontrollo o, se si vuole, all?autodisciplina è doveroso ma ingenuo: la libertà di opinione è un conto, la libertà d?insulto o, peggio, di pesanti insinuazioni non dimostrate né dimostrabili è altra cosa e i blog pullulano di esempi in tal senso.
    Ma, mi chiedo: non sono insite nella stessa libertà di espressione censure di ben altra natura? Tanto per portare un esempio, un commento contro chi difende la malavita organizzata non corre il pericolo di suscitare ritorsioni senza limiti? Non mi si venga a dire che l?uso di nomi fantasiosi e la garanzia di non diffusione dell?indirizzo mail del commento mette al sicuro da simili rischi.
    Io credo che, come dice Giacomo, ci sarà da discutere ancora e molto: io aggiungo, se non altro perché il tema-problema è di una difficoltà che, verosimilmente, non ha precedenti. Internet ha contenuti di innovazione talmente rilevanti da chiedersi se abbiamo creato uno strumento più grande di noi la cui ?liquidità? lo può rendere ingovernabile da parte da chicchessia. Anche se questo fosse vero, non giustificherebbe certo alcuna rassegnata indolenza.
    L?era dell?informazione, in cui siamo ormai entrati, impone a tutti, governanti in testa, di prendere atto che il confronto-scontro tra tecnologia e politica è il risultato di una visione strabica della realtà del nostro tempo che non può essere né giustificata, né accettata. A nessuno è concesso di ignorare e/o emarginare temi da cui dipende, piaccia o non piaccia, il nostro futuro. Il benessere collettivo e il corretto uso degli strumenti per perseguirlo comportano impegni, sebbene gravosi, da parte di tutti: rinfacciarsi le responsabilità è esercizio ozioso, quanto deplorevole.

  • Ferdinando

    Ciao a tutti, quanto tempo ci vorrà prima che si chiami dittatura e non più democrazia(come se questa definizione sia stata rispettata da sempre in questo paese)?di che tipo di dittatura ve lo lascio facilmente indovinare…si può fare ancora qualcosa?