In difesa di Francesco Alberoni
C'è solo un modo per attaccare con senno l'ultimo articolo di Francesco Alberoni contro i giovani ed il loro rapporto con il Web: partire dal passato, da ciò che Alberoni ha scritto fino a poco tempo prima. Quattro pagine, si spera, senza foglia di fico
Due pagine le abbiamo consumate per difendere Alberoni. Una per attaccare il suo ultimo vituperio. Ma non voleva essere un semplice esercizio di stile: c’è un motivo preciso nella nostra disamina, perché una pagina pubblicata su un giornale di caratura nazionale non è solo un po’ di inchiostro su un foglio di carta, ma si fa cultura ogni volta che qualcuno legge ed assorbe il ragionamento.
Quattro pagine non vogliono essere un semplice esercizio di stile. Sono una domanda aperta lanciata sul Web, dove Francesco Alberoni ha un sito personale e addirittura un fans club. La Rete dà vita ai suoi scritti, li moltiplica, li richiama, li commenta e li estende. La voce di una penna assurge a vita nuova, e chiunque cerchi può trovare. Lo strumento non ha colpe, né meriti: semplicemente ripropone, con le proprie dinamiche e le proprie caratteristiche di “luogo” oltre che di canale.
Era un piacere leggere l’Eden passato di Alberoni. C’è il timore, però, che si sia mangiata la mela. L’ultimo articolo sembra viziato dal peccato originale del preconcetto. La rete, in un flusso scoordinato di commenti, lancerà il proprio appello all’idea di Alberoni perché il tutto non passi innocentemente ai motori di ricerca come una verità conclamata e senza contraddittorio. Le nostre pagine sono un contributo a questo flusso, al rifiuto di una teoria viziata dal giudizio che ignora la neutralità relativa del canale.
Non avremmo scritto questo pezzo, se non ci fosse un fondato ottimismo nell’intelligenza e nella capacità di fare un passo indietro. Perché siamo convinti che, in questo caso preciso, un passo indietro equivale a due passi avanti. C’è bisogno di tutti per far crescere bene la Rete: dei giovani come degli psicologi, dei sociologi come dei docenti, delle chat come dei libri stampati. E c’è bisogno anche di Francesco Alberoni. La Rete rifletterà il nostro modello di mondo, sarà una proiezione della società che immaginiamo: immaginare un ponte generazionale ed una comunione di intenti è il modo migliore per parlare tutti la stessa lingua e remare tutti nella stessa direzione.
Vero, signor Alberoni?
La risposta, peraltro, è nelle parole di Alberoni stesso. 28 maggio 2007: «gli adolescenti comunicano fra di loro attraverso un circuito completamente diverso da quello adulto. Un circuito costituito da blog, chat e mail, messaggi sui cellulari, che funziona ininterrottamente a casa come a scuola, con codici spesso difficilmente comprensibili. Sia ben chiaro: i giovani hanno sempre avuto la tendenza a riunirsi in gruppi, a costituire una società a parte, un proprio mondo con propri idoli, un proprio abbigliamento, propri valori, un proprio gergo. Essi anticipano il futuro e perciò devono differenziarsi dagli adulti, emanciparsi da loro. [...] Oggi le separazione è molto diminuita. Nel campo artistico, nel cinema, nella musica e in TV, le generazioni sono mescolate e, nelle letteratura i ragazzi hanno riscoperto l’amore romantico grazie a Moccia e ai sui best sellers come Tre metri sopra il cielo. Ma la Lombardo ci ha anche mostrato che nelle rete di rapporti e di comunicazione si incontrano, delle aree pericolose. [...] Sono casi estremi, ma che però ci ricordano che, quando i ragazzi vengono lasciati completamente soli, corrono sempre il pericolo di finire vittima di branchi dominati dagli individui più spregiudicati e violenti».
Ineccepibile. Ma per non lasciar solo un giovane occorre capirlo, non giudicarlo. Avvicinarvisi, non additarlo. Il merito non cambia, cambia solo il metodo.
Chi ha suscitato la domanda, insomma, ha anche partorito la risposta. Non è un caso, perché c’è solo un pezzo del puzzle di Francesco Alberoni a non funzionare. Ed è l’ultimo.
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