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Chi la fa, l’aspetti: denunciata la RIAA

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Che cosa sia e cosa faccia la RIAA è ormai noto a tutti: le sue azioni legali sono l’incubo degli utenti P2P americani, e i suoi metodi di indagine hanno suscitato molti dubbi fra gli osservatori più garantisti e attenti al diritto alla privacy.

Ebbene, forse questi dubbi verranno presto fugati, dal momento che Shahanda Moelle Moursy ha deciso di denunciare alla corte del North Carolina non solo la RIAA, ma anche Vivendi Universal, Warner Music, Sony BMG e Motown Records. Un gesto che TorrentFreak ha definito “da Davide contro Golia”, ma che potrebbe segnare davvero una svolta nella lotta fra i difensori del diritto d’autore e i sostenitori del file sharing libero e dell’anonimato in rete.

L’avvocato Stephen E. Robertson, rappresentante della signora Moursy, ha presentato una documentazione davvero corposa e dettagliata. In breve, ciò di cui le grandi major sono accusate è di aver svolto indagini illegali, aver sfruttato (altrettanto illegalmente) le corti di giustizia statunitensi per ottenere informazioni lesive della privacy e di aver infine scelto le proprie vittime fra i deboli e gli indifesi, non allo scopo di “difendere i diritti d’autore”, ma semplicemente per estorcere denaro sotto la spada di Damocle di un possibile processo.

Nel dettaglio, ecco alcuni stralci della denuncia:

[Le compagnie discografiche] hanno sfruttato il sistema di corte di giustizia federale con lo scopo di portare avanti una campagna di pubbliche relazioni e di minacce pubbliche, avente come bersaglio le attività di file sharing digitale. Come parte di questa campagna, le case discografiche oggetto della denuncia hanno assunto MediaSentry, un investigatore privato senza licenza, in violazione della legge del North Carolina, che riceve mandato di invadere computer e network privati per ottenere informazioni nella forma di indirizzo Internet Protocol […]

Dopo aver ricavato gli indirizzi IP, la RIAA e soci fanno scattare denunce contro ignoti, con il solo scopo di collegare l’indirizzo IP ad un nome. Terminata questa “prima fase”, le denunce vengono ritirate e i nominativi passati ad un agente stipendiato dalle stesse compagnie discografiche, che si adopera (sempre secondo Robertson) per estorcere denaro ai presunti autori dei misfatti. Presunti, poiché

Non c’è modo di sapere l’identità della persona o delle persone che hanno usato un dato computer al momento in cui le compagnie discografiche lo hanno invaso. In effetti, non c’è neanche modo di verificare se gli investigatori senza licenza che spiavano segretamente gli indirizzi IP abbiano davvero ottenuto quello giusto.

Coloro ai quali viene chiesto un semplice pagamento in denaro possono considerarsi fortunati. Gli altri, spiega l’avvocato, vengono fatti oggetto di denuncia senza alcun preavviso. È, questo, un modo per

attrarre l’attenzione dei media, e spesso con successo, giacché emergono storie di denunce [da parte delle compagnie discografiche] contro anziani, disabili, persone tecnologicamente ignoranti e altre vittime vulnerabili. Molte di queste vittime non hanno idea di come si usi un computer, men che meno di come si installi e funzioni un programma di P2P per scambiare musica…

Se questa ricostruzione dei fatti si rivelasse fondata, la sentenza di colpevolezza darebbe davvero inevitabile.

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