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E il merlo disse al corvo: tu sei più nero

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Google ha lanciato in giornata un nuovo programma per rendere la pubblicità delle inserzioni AdSense quanto più aderente possibile agli interessi dell’utente. Il programma prevede una sorta di tutorial continuo che permette al sistema di imparare i comportamenti dell’utente in base alle sue scelte sul web, potendo così carpire i suoi interessi restituendo pubblicità ottimizzate. Nell’interesse dell’utente, il quale si trova materiale più interessante a disposizione; nell’interesse del gestore del sito, che può monetizzare meglio il proprio spazio; nell’interesse di Google, che può imporre AdSense migliorandone anche la redditività in un momento difficile per tutti.

Google partorisce in poche ore molte spiegazioni sul nuovo sistema. Parole, parole, parole, tutto per far capire quanto buono e giusto sia scegliere le inserzioni in base ai gusti dei clienti (gusti che, quando non capiti dall’utente, vengono comunque chiesti direttamente). Ma c’è una frase, più di ogni altra, ad essere significativa:

Questo genere di pubblicità mirata tuttavia solleva domande legate alla scelta degli utenti e al rispetto della loro privacy; domande a cui l’intera industria online ha il dovere di rispondere. Varie aziende offrono già forme di pubblicità basata sugli interessi degli utenti e rispondono a tali problematiche in diversi modi. Da parte nostra, abbiamo incorporato nella nostra offerta di pubblicità basata sugli interessi tre importanti funzionalità che dimostrano la serietà del nostro impegno per garantire trasparenza e scelta da parte degli utenti

Il nocciolo è qui. È nel riferimento implicito a Facebook ed al suo modo di proporre pubblicità in base al comportamento dell’utente sul social network. Google sa di avere di fronte un rivale pericolosissimo, dunque si avventura nel “behavioral targeting” facendo della tutela della privacy un proprio punto di forza. Il programma Google prevede massima libertà di scelta per l’utente, massima discrezione, massima tutela. Google, velatamente ma senza nascondersi, pone indirettamente l’interrogativo: siamo sicuri che si stiano comportando secondo le regole?

Di fronte c’è un nuovo scontro. In ballo vi sono i capitali degli inserzionisti, ovvero una torta che ha improvvisamente smesso di crescere e la cui spartizione diverrà pertanto oggetto di contesa sempre più aspro.

Il keyword advertising è di grande successo perché è utile per gli utenti, per gli inserzionisti e per i publisher: quindi gli interessi di tutti sono allineati. Crediamo che la pubblicità basata sugli interessi possa generare lo stesso circolo virtuoso.

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