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I reclusi del Web

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A volte, nel mare magnum delle notizie inutili, escono articoli a dir poco interessanti. Come questo pezzo di Alessandra Mangiarotti sul Corriere sui giovani che si autorecludono in una stanza, soli col loro PC. Una volta il fenomeno era confinato in Giappone, adesso anche Paesi occidentali, e l’Italia non fa eccezione ne sono affetti.

Ci sono ragazzi in cura all’Istituto Minotauro di Milano, che non escono da tre anni dalla loro camera, perennemente attaccati a Internet. Le cause? Una madre troppo protettiva, l’incapacità di affrontare le sfide e le delusioni del mondo esterno, la differenza fra quello che sono e le aspettative inculcategli dai genitori. In Giappone, questi adolescenti hanno perfino un nome: hikikomori.

È paradossale che un mezzo nato per comunicare, Internet, possa portare invece alla mancanza di comunicazione, alla secessione volontaria dal mondo. Qui però bisognerebbe aprire una parentesi: loro, gli hikikomori, non è detto che si sentano isolati. In Rete hanno tanti “amici”, nei forum, nelle chat, persone con cui magari sentono di poter comunicare più schiettamente, grazie anche al fatto di esser protetti da un nickname o dall’anonimato, rispetto a quanto avviene normalmente. Lontano dalle regole ipocrite che spesso regolano la comunicazione fra gli adulti.

Allora, se si prova a guardare le cose da questa prospettiva, sorge una domanda: sono sbagliati loro o siamo sbagliati noi?

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