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Gentiloni: Carlucci, D’Alia e tutto il resto

Interessante intervista di Vittorio Zambardino a Paolo Gentiloni. L'ex ministro delle Comunicazioni ha detto la propria a proposito delle proposte D'Alia e Carlucci, spiegando come e perché non siano cosa buona. Ed ha difeso il proprio operato da ministro

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Una intervista, un riassunto, un commento generale: il dialogo tra Vittorio Zambardino e Paolo Gentiloni riesce a fare un completo punto della situazione dopo che nelle settimane scorse le proposte di legge relative al Web si sono sovrapposte creando non poco scompiglio. Solo una di esse, infatti, è arrivata a compimento (D’Alia), mentre altre (Carlucci, Barbareschi) si sono arenate in una fase antecedente in attesa di arrivare nelle sale di dibattito istituzionale.

Zambardino introduce anzitutto la proposta Vita-Vimercati, chiedendo a Gentiloni un’opinione in merito: «le questioni che noi poniamo sono 4 e sono tutte grosse: la prima, l’accesso per tutti e quindi il tema della banda larga; la seconda è la neutralità della rete, la terza è il sostegno al software libero e la quarta la trasparenza nei siti della pubblica amministrazione. Noi le vogliamo imporre all’attenzione del dibattito parlamentare, altrimenti qui si finisce col parlare solo di filtri e limitazioni […] Si tratta di influire su questa ondata di iniziative, anche un po’ disordinate, di maggioranza e governo. Sono iniziative da cui temo escano proposte infelici, prenda il lavoro del comitato interministeriale appena insediato. C’è da temere una riedizione dell’inattuabile decreto Urbani».

L’analisi di Gentiloni, ex Ministro per le Comunicazioni, non si limita al caso italiano: la Francia (con la cosiddetta “dottrina Sarkozy”) ed il Regno Unito (con la proposta di schedare i 27 milioni di partecipanti ai social network) vanno di pari passo con il nostro paese, partorendo proposte frutto della paura. Per quanto riguarda l’Italia, invece, il monito va tanto contro l’emendamento D’Alia quanto contro la proposta di Gabriella Carlucci: «Dove l’errore è non capire che non si parte da zero, ci sono state esperienze pregresse che dovrebbero insegnare qualcosa. Il decreto Urbani, del 2003/04, prevedeva la repressione del peer to peer, dei download, e si è rivelato del tutto irrealizzabile, inattuabile. Una legge sbagliata. Mentre nel mondo invece ci sono esempi positivi, con offerte di contenuti a prezzi controllati […] Funzionano i modelli dove l’industria culturale prende l’iniziativa e capisce che per evitare che la rete le provochi danni irreparabili bisogna inventare, capisce che non bisogna chiedere l’intervento della polizia, ma bisogna adottare una tattica zen, capire la rete e avere un’offerta coerente con i suoi meccanismi distributivi».

A domanda specifica relativamente all’emendamento Cassinelli (quello che potrebbe raddrizzare il tiro all’emendamento D’Alia), la risposta è interrogativa e di stampo politico: «Con tutte le fiducie che ci faranno votare nelle prossime settimane?». L’emendamento D’Alia, insomma, potrebbe passare direttamente proprio nel voto di fiducia sul decreto sicurezza: «Potrebbe succedere. A questo proposito mi faccia dire che il mio decreto, quello approvato quando ero ministro delle comunicazioni, permette alla polizia postale di intervenire rapidamente contro i responsabili dei reati. Qui nessuno vuole la libertà di delinquere, ma davvero c’è una foga repressiva…».

L’intervista si conclude con alcune considerazioni sulle Raccomandazioni provenienti dall’Europa e sulla necessità di un approccio del tipo “laissez faire”, con lo Stato defilato e pronto ad intervenire senza cedere alle tentazioni repressive. Dulcis in fundo, una ammissione: Paolo Gentiloni, l’ex-ministro blogger, oggi è catturato da «un’arma di distrazione di massa altrimenti detta Facebook»: oltre 5000 contatti ed una piattaforma usata anche per programmare incontri e comunicazioni private.

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