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Videogiochi, quando la passione diventa una “droga”

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La Stampa:

Quello che da molto tempo era solo un sospetto, ora ha avuto conferma: un uso continuo di videogiochi causa dipendenza al pari di una droga.

ANSA/Federfarma

bambini dipendenti dalla consolle tendono ad avere risultati peggiori a scuola, a fuggire dai loro problemi e ad aumentare gradualmente il tempo trascorso davanti allo schermo. Alcuni arrivano addirittura a rubare per procurarsi nuovi giochi. Gentile ha ammesso che la sua ricerca non è in grado di spiegare quale sia il metodo migliore per risolvere il problema

Le parole dovrebbero pesare. Usare la parola “droga” invece della parola “dipendenza”, ad esempio, ha le sue conseguenze. Soprattutto se alla parola droga si affianca il concetto del “rubare”. Quella che passa è una immagine generalizzata di un pericolo oltremodo diffuso, spinto agli accessi per stigmatizzare una intera categoria.

Tempo fa si passavano molte ore sull’Atari o sul Commodore 64. Il SEGA “rubava” interi pomeriggi e la sala giochi rubava le serate ed i weekend. Ore e ore passate su Arkanoid, Prince of Persia o sui primi Manager calcistici. Eppure quella era considerata una passione.

Era una dipendenza anche allora. Ma “passione” e “droga” sono parole che esprimono un giudizio preconcetto. Ed il preconcetto ha poco a che vedere con il giornalismo.

La ricerca di cui si parla (questa) ha invece un suo motivo d’essere: quando un fenomeno sociale si fa tanto importante merita ogni tipo di approfondimento e di ricerca, perchè nessuna dipendenza può essere sana se determina manifeste problematiche in quanto ad apprendimento o altre dinamiche di gruppo. Ed è questo il motivo per cui ne abbiamo parlato.