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Il punto sul mercato della Web TV e dell’IPTV in Italia

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Da uno studio di Ernst & Young sulle tendenze del mercato televisivo italiano mette in luce il ruolo e le potenzialità delle nuove forme di televisione, tra cui Web TV e IPTV.

Dal rapporto esce rappresentato un mercato proiettato verso l’innovazione e verso nuove piattaforme tecnologiche, con un pubblico sempre più svincolato dal tipico “cliché” televisivo che vuole la fruizione dei contenuti legata esclusivamente all’ apparecchio televisivo e in cui i programmi vengono imposti passivamente, sia per quanto riguarda gli orari sia per quanto riguarda le modalità di distribuzione.

In questo scenario assume un ruolo abbastanza di primo piano la Web TV. Ovvero la piattaforma che dà la possibilità di distribuire e di fruire dei contenuti televisivi tramite Internet, una tecnologia che va entrando piano piano nelle abitudini degli italiani, favorita anche dal mutamento generazionale del pubblico. Con l’ aumento di utenti cresciuti nell’ era del Web e dei PC che costituisce il pubblico ideale di questo tipo di offerta televisiva.

Un’offerta che, stando allo studio, vede impegnati ben 364 operatori che gestiscono 633 canali, numero che appare comunque in costante aumento con il crescere dell’interesse e della considerazione per la piattaforma.

Un quadro sostanzialmente incoraggiante che però resta pervaso da alcuni dubbi di un certo peso. Il primo e più importante è senz’altro la capacità di monetizzare, a livello di inserzioni promozionali, il volume di utenza di questi canali, mentre restano all’ordine del giorno anche la capacità di contrastare la pirateria digitale e l’offrire una qualità tecnica capace di attrarre ulteriore pubblico, magari proprio quello ancora legato a forme televisive più tradizionali.

Se i dati della Web TV danno in qualche modo soddisfazione agli attori in gioco, lo stesso non può dirsi dell’IPTV. I clienti di questa piattaforma restano quasi un'”elite” per quanto riguarda il numero veramente contenuto. Infatti i 600.000 abbonati ad una di queste offerte rappresentano una percentuale minima anche di fronte agli abbonati delle pay tv distribuite su altre piattaforme, per non parlare del grosso del pubblico legato alla tv free.

Forse troppo poco per consentire ai broadcasters di investire con decisione nel miglioramento dell’offerta, visto che i contenuti “pregiati” costano, ma di contro c’è il rischio che, senza investimenti seri, difficilmente la gente possa essere convinta a “migrare” su questa piattaforma. Un po’ come un cane che si morde la coda, oseremmo dire.

Forse una maggiore flessibilità (e magari un abbassamento sul fronte dei prezzi) delle offerte, unita ad un miglioramento qualitativo dei programmi offerti potrebbe essere la mossa decisiva per sfondare sul mercato. Laddove non si può arrivare con il richiamo di contenuti pregiati (e costosi) si potrebbe arrivare con un’ offerta free abbastanza corposa e con costi d’ accesso molto contenuti.

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