Negare l’Olocausto su Facebook
In seguito ad alcune pressanti richieste, Facebook ha infine rimosso alcuni gruppi di sostegno alle tesi negazioniste sull'Olocausto. Il fenomeno però non si arresta e pone nuovi interrogativi sulle politiche adottate dal famoso social network
Le parole di Schnitt avevano suscitato una lunga serie di quesiti da parte di Brian Cuban nella sua lettera aperta indirizzata al fondatore di Facebook: «Mark, vorrei sapere chi presso Facebook è stato coinvolto nel “dibattito interno” che ha portato alla conclusione che la negazione dell’Olocausto non costituisce un incitamento all’odio. Eri coinvolto anche tu? Fornisci alcuno spunto in questo tipo di discussioni? [...] I legali con competenza in materia sono stati consultati o si è trattato di un consiglio in generale?».
Le questioni sollevate nella lettera di Cuban hanno dato vita a un ampio dibattito online e a un crescente interesse da parte dei media. Per rispondere alle numerose istanze dell’opinione pubblica, i gestori di Facebook hanno infine rimosso i principali gruppi negazionisti dal social network, ma i sostenitori della negazione dell’Olocausto sembrano essersi riorganizzati rapidamente aprendo nuovi account e nuovi gruppi per diffondere le loro idee. Le attuali politiche adottate da Facebook sembrano essere insufficienti per arginare efficacemente il fenomeno, che del resto interessa numerosi siti web anche all’esterno del sempre più utilizzato social network.
L’esistenza di gruppi controversi o pronti a diffondere messaggi di odio e contro la legge ha indotto numerosi esponenti politici a interessarsi del fenomeno, proponendo emendamenti e nuovi disegni di legge per imporre un maggiore controllo sui social network. Il caso legato alle iniziative del senatore D’Alia per l’Italia è in tal senso emblematico e dimostra quanto sia difficile raggiungere il giusto equilibrio tra libertà di espressione e tutela del diritto in alcuni ambiti della Rete in piena evoluzione come i social network.
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