In risposta a Filippo Facci
Un articolo di Filippo Facci sul giornale attacca pesantemente la giornata del silenzio indetta dalla parte di blogosfera italiana che intende protestare contro una norma che rischia di mettere un bavaglio alla libera espressione dei privati sul Web
«Nel credersi una razza a parte, invece, i blogger si credono alternativi anziché complementari a tutto il resto, si credono vento anziché bandiera: in lingua italiana significa che vogliono continuare a poter fare l’accidenti che vogliono e quindi a scrivere e a ospitare qualsiasi «opinione» anche diffamatoria, qualsiasi sconcezza o tesi incontrollata e appunto declinata di ogni responsabilità». In questo stralcio c’è una verità geniale: il blog come vento e non come bandiera. Vero, verissimo. Perchè la blogosfera non ha corpo, né riferimenti fissi: ha soltanto direzioni. Ed ha anche una sua forza. Ma non è invece vero il fatto che con l’annunciata “giornata del silenzio” i blogger abbiano preteso impunità: lo “sciopero”, piuttosto, chiede che il legislatore ponga maggiore attenzione a quel che va formulando, poiché la Rete è una realtà differente che non può (tecnicamente non può) essere regolata con le medesime norme dei media tradizionali. Sarebbe come costringere i giornali a permettere i commenti sotto gli articoli sul cartaceo: non si può, è evidente che non si possa fare, è una contraddizione nei termini e probabilmente gli editori sciopererebbero per chiedere che l’assurdo venga cancellato.
«Simbolo ne è poi l’anonimato dietro il quale milioni di cuor di leoni abitualmente lanciano sassate e nascondono la tastiera. In teoria non dovrebbe essere così già ora: le leggi sulla diffamazione infatti già riguarderebbero anche loro, dovrebbero rispondere cioè di insulti e falsità come chiunque altro». A questo punto l’analisi di Facci esce purtroppo totalmente dal seminato. Perchè contestare i blog anonimi significa prendere un fuscello d’erba per farne un fascio. In modo strumentale, peraltro. I blogger che scioperano, e che non hanno ovviamente pretesa di rappresentazione universale di una categoria che categoria non è, hanno infatti messo firma, faccia e link al proprio assenso. Non c’è anonimato, non c’è alcuna tastiera nascosta. «Va da sé che lo sciopero abbia tonalità insopportabilmente apocalittiche (e il bavaglio, e ci vogliono zittire, il solito martirio) e va da sé che la maggioranza degli aderenti non pare aver capito neppure di che cosa si sta parlando»: fior di post, wiki e discussioni dimostrano il contrario. La cosa non è forse scaturita sui giornali, ma sul Web se ne parla da settimane.
Il teorema dei “cuor di leone” si sviluppa su una seconda pagina, fino a definire “vigliacchi” i blogger anonimi. Non quelli dello sciopero, insomma, ma altri che a quanto pare ancora consumano i propri tormenti molestando il nome di Facci su Wikipedia. I quali però non sono “blogger”, ma semplici “vigliacchi” che disturbano l’agire comune con rappresaglie vandaliche.
Nel minestrone dell’articolo di Filippo Facci c’è un po’ di tutto. Si smonta l’idea della blogosfera, identificandola; si criticano i blogger anonimi, i quali non sono però certo quelli firmatari dello sciopero; si spara contro la Rete, mirando al mucchio e colpendo nessuno. Ma nell’articolo manca anche molta altra roba. Manca la spiegazione vera dello sciopero che si va a criticare. Manca il substrato dei lavori che hanno portato a formulare una proposta (sì, la rete è anche propositiva, quando si impegna: non è solo un insieme di «reazionari e basta»). Mancano le critiche incrociate sulle modalità dello sciopero, sull’insostenibilità dell’idea del “silenzio” e sulla necessità invece di un agire comune.
Questo articolo ha una firma. Questo articolo non pensa di aver portato avanti tesi o espressioni offensive. Questo articolo ha supportato una proposta, ha interagito con una critica, ha linkato risorse e fonti. Questo articolo giunge da un blogger, dalla Rete. Questo articolo verrà linkato il 14 Luglio, quando il blog di Webnews si unirà alla giornata del silenzio.
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