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6 Agosto 2009, Denial of Social Network

DoS, ovvero Denial of Service. Si racchiude in questa definizione il black-out che ha fermato i maggiori social network del mondo (ed altri siti) mettendo in allarme il popolo della rete e raccogliendo l'attenzione di tutti sul clamoroso attacco congiunto

Risposte certe al momento non ce ne sono ancora. Il motivo di tanta prudenza nel formulare ipotesi concrete è nella natura, nella tempistica e negli obiettivi colpiti: un DoS di questo tipo, infatti, viene normalmente usato per affossare un servizio rendendo difficile la vita ai suoi utenti, ma in questo caso l’attacco è massivo e non prende di mira nulla di specifico. Un attacco DoS, inoltre, è una prova di forza: non serve per recuperare informazioni preziose, non serve per perpetrare truffe, ma soltanto per dimostrare che si può affossare un sito. Minacce e concorrenza potrebbero essere motivazioni valide, ma in questo caso è tutto troppo vasto per poter interleggere una giustificazione di questo tipo.

Un attacco tanto vasto nasce inoltre presumibilmente da un DoS distribuito, anche denominato DDoS. Per portare avanti attacchi di questo tipo occorre avere a disposizione importanti botnet. La filiera funziona in questo modo: si attaccano computer vulnerabili accumulando nel tempo un alto numero di “zombie” (in catene denominate Botnet), ovvero pc che fungono da cellule silenti attivabili a comando da remoto; al momento stabilito si lancia il segnale e gli “zombie” agiscono secondo un piano stabilito; portando i vari “zombie” a collegarsi a specifiche pagine, si riesce a rallentare il server ed in certi casi a fermare del tutto l’attività del sito preso di mira.

Una delle prime ipotesi ricollegate all’attacco ha messo all’indice il worm Koobface. Una serie di messaggi sarebbe infatti comparsa su Twitter già nei giorni precedenti all’attacco, evidenziando un veloce propagarsi del problema: il messaggio reindirizzava su di una pagina che, fingendo la grafica di Facebook, riusciva a portare gli utenti ad agire secondo le indicazioni riportate (fino al download di malware di vario tipo). Il nuovo Koobface ha iniziato a propagarsi proprio tramite Twitter nelle stesse ore dell’attacco, ma con il passare delle ore il tutto è sembrato limitarsi ad una semplice coincidenza: Koobface sarebbe solo contestuale, ma non ricollegabile, al black-out che ha colpito Twitter, Facebook e compagnia varia.

Una seconda ipotesi estende di molto i confini dell’accaduto. Secondo l’esperto di sicurezza Bill Woodcock il problema sarebbe stato causato da un massiccio carico di spam inviato nel contesto degli scontri in atto tra Russia e Georgia. La propaganda avrebbe esteso i propri riflussi fino ai social network, portando ad un affossamento internazionale delle infrastrutture informatiche dei siti colpiti. Un quadro similare porta però un attacco informatico ad una dimensione geopolitica, trasformando la Rete da vettore a vittima dell’attacco. Nessuna conferma, ovviamente, giunge da alcuna delle parti in causa.

Una terza ipotesi tende a non ignorare il fatto che, in concomitanza dell’attacco, abbia preso il via la convention per hacker “Defcon”. Un atto dimostrativo, dunque, oppure semplicemente una sfida: un eventuale cordone ombelicale tra la convention e l’attacco non aiuterebbe però certo l’utente medio a capire la differenza tra “hacker” e “cracker“.

La situazione sta rientrando nella norma, ma questo 6 Agosto è destinato a lasciare un segno. Un segno virtuale, un segno relativo, un segno avvertito solo da quanti tessono sui social network parte della propria vita e delle proprie relazioni. Se nessuno si è azzardato ad ipotizzare una correlazione vendicativa tra questo 6 Agosto ed un altro 6 Agosto, probabilmente è proprio per la mancanza di proporzione nelle conseguenze: quel che è virtuale, fortunatamente, rimane tale. Quel che è digitale, fortunatamente, rimane vincolato ad una realtà parallela. O almeno fintanto che il tutto viene limitato prima che vada ad incidere sulla vita di milioni di persone. Mettere in relazione questo 6 Agosto con quell’altro del 1945 è un buon espediente: serve quantomeno ad annichilire qualunque allarmismo, per guardare alla situazione con meno punti esclamativi e con maggior raziocinio.

L’immagine di copertina è ricavata da “Qui c’è meritocrazia vol. 4” di “Zabriensky What?

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