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Ulteriori indagini per Microhoo

Il Ministero della Giustizia statunitense ha inviato una seconda richiesta di approfondimento prima di autorizzare l'accordo tra Microsoft e Yahoo. Non si tratta di eccesso di scrupolo, ma una importante analisi di un rapporto pensato per sfidare Google

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Come prevedibile, come previsto: l’accordo di collaborazione tra Microsoft e Yahoo ancora non è stato approvato dalle autorità di controllo. Il Justice Department degli Stati Uniti ha infatti inviato una seconda richiesta di approfondimento tanto a Microsoft quanto a Yahoo, così che la cooperazione tra le parti possa essere ulteriormente sviscerata togliendo dal campo ogni dubbio prima che l’operazione possa aver luogo.

Le parti lo avevano pronosticato fin dall’inizio: il percorso di approvazione era destinato ad essere lungo, e non si prevedeva una fine fino almeno ad inizio 2010. Trattasi, peraltro, di un approfondimento dovuto: quanto Google tentò la via di Sunnyvale fu proprio l’intervento istituzionale a frenare le velleità di Mountain View, adducendo pericoli per la competitività del settore. Ora che Microsoft e Yahoo tentano di frenare le ambizioni di Google unendo le forze (Bing diventerà provider per la ricerca su Yahoo, Yahoo diventerà concessionario per l’advertising su Bing), dal ministero giunge medesima attenzione. Microhoo, dunque, inizia l’ultima fase di controllo, dopodiché ci sarà un pronunciamento sul quale le parti si dicono fiduciose.

«Yahoo e Microsoft hanno cooperato pienamente con il Ministero della Giustizia e credono che le informazioni fornite confermino il fatto che l’accordo non sia soltanto buono per entrambi i gruppi, ma anche importante per gli advertiser, gli editori ed i consumatori»: così un portavoce Yahoo, il cui teorema indica chiaramente la necessità di un polo alternativo a Google per aumentare la competitività in un settore sul quale l’egemonia del leader pesa ormai da tempo.

Notizie contrastanti, nel frattempo, giungono per Yahoo sul fronte finanziario. Nel giro di pochi giorni, infatti, la SEC ha notificato prima una vendita di azioni da parte di Carl Icahn e poi una ulteriore cessione da parte del CEO Carol Bartz. Trattasi di manovre poco gradite dagli investitori, i quali preferirebbero vedere il board interessato ad un aumento del valore piuttosto che alleggeriti di un portafoglio ingombrante. Ciò nonostante, dal mondo degli analisti sono giunte valutazioni di conforto nei confronti del gruppo ed il valore del titolo è tornato sopra quota 15 euro (cifra raramente superata nell’ultimo anno dopo che lo scorso gennaio era stato toccato il minimo al di sotto dei 9 dollari per azione).

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