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Sondare le reti P2P: questione di business o di legalità?

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Non è semplice, specie alla luce di quanto pubblicato da TorrentFreak, stabilire con precisione quali siano gli interessi di chi si adopera quotidianamente a “scandagliare” le reti peer-to-peer alla ricerca di utenti che scaricano materiale illegale.

Certamente, la prima spiegazione sarebbe senz’altro quella che vede in questi moderni “sceriffi digitali” dei veri e propri difensori della legalità, aziende che impiegano mezzi e risorse per tentare di salvaguardare gli interessi della legge e di un intero settore (quello dei produttori di contenuti, ovviamente).

Forse il risultato raggiunto è anche questo, ma secondo uno studio di DigiRights Solutions (DRS) sembra che il motivo di tanta solerzia stia in un business non indifferente, un giro d’affari che porterebbe nelle tasche di aziende specializzate in questo mestiere un bel gruzzoletto.

Il denaro proverrebbe dalle salate multe che è costretto a pagare chi viene “colto in fallo” a scaricare materiale illegale, si parla infatti di cifre dell’ordine di circa 450 euro per ogni file scaricato: un prezzo di molto superiore al valore del contenuto e che, a quanto pare, arriva solo in parte ai proprietari dei diritti, ovvero a quelli che alla fine subiscono il danno. Il resto? Nelle casse di chi si occupa di “setacciare” le reti.

Con questo, non che le case discografiche non guadagnino comunque: il loro incasso infatti è di circa 20 euro per ogni contenuto illegalmente scaricato, quindi molto più di quanto avrebbero guadagnato se il singolo file fosse stato scaricato legalmente.

Tuttavia, il punto sta nel fatto che, viste le enormi cifre in ballo (moltiplicate i numeri che abbiamo dato per i milioni di file scaricati e il numero di utenti “beccati” e portati in tribunale e avrete un’idea), sembra quasi che si perda il fine “etico” di tale sistema, rendendo il tutto un vero e proprio mercato che vive parallelamente al fenomeno del P2P illegale, o meglio, che vive grazie e soprattutto ad esso.

Insomma, alla fine ci si può chiedere se a queste aziende convenga realmente combattere il download illegale o se sia meglio, per loro, continuare in questa guerra che potremmo definire “conservativa”… con il consenso delle majors ovviamente.

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