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IFPI irremovibile: gli utenti P2P spendono meno

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La guerra dei numeri sugli acquisti degli utenti P2P che, da diversi giorni, impazza sul web sembra non giungere ad una tregua. Dopo le due discusse ricerche contrapposte e le osservazioni del Guardian, IFPI ha deciso di sottolineare nuovamente la propria posizione.

A supporto delle proprie convinzioni, IFPI ha riproposto una ricerca condotta lo scorso marzo. La survey dimostrerebbe come gli utenti del P2P spendano meno in musica legale rispetto ad altre categorie di consumatori.

I dati, rilevati su un campione europeo di intervistati, rivelano come gli sharer spendano circa 70 euro l’anno in musica legale, mentre coloro che si rivolgono solamente alla grande distribuzione digitale arrivano a sborsare circa 100 euro l’anno.

Prendendo in considerazione utenti intermedi, la differenza si fa ancora più rilevante. Ad esempio, i possessori di iPod tendono a spendere in acquisti legali più dei P2P user ma, allo stesso tempo, non disdegnano il libero scambio di file musicali.

Jupiter
, la società incaricata di condurre la survey, ha così commentato i risultati:

Sebbene alcune funzioni del P2P possano essere utilizzate dai compratori digitali come una sorta di strumento di scoperta, risulta ragionevole credere che la loro spesa totale in acquisti legali potrebbe essere maggiore qualora il P2P non esistesse. Nonostante alcuni utenti P2P siano anche dei compratori digitali, il valore totale di questo segmento è controbilanciato dal diffusissimo scambio illegale operato dagli altri utenti. Inoltre, la maggior parte degli utenti iPod non sono compratori regolari di musica digitale.

In definitiva, IFPI rimarca nuovamente come il P2P si configuri come un danno per l’industria discografica, diminuendone gli introiti annuali.

La confusione che si è andata a generare negli ultimi giorni, tuttavia, non contribuisce di certo alla comprensione della portata del fenomeno. Sarebbe, di conseguenza, auspicabile un maggior interesse nell’elaborare nuove strategie di mercato piuttosto che investire in queste ricerche che, come ormai ampiamente dimostrato, non riescono ad essere né complete né esaustive.

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