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Modelli di business e antropologia del Web 2.0

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Per chi si occupa dei business possibili nel mondo del Web 2.0, ci sono due aspetti tanto delicati quanto cruciali da non perdere mai d’occhio: cosa fa funzionare effettivamente un social network, determinando la sua fortuna e longevità? Come vengono utilizzate e reinventate dagli utenti le piattaforme 2.0 e le loro potenzialità cross-mediali?

La risposta alla prima domanda incide sulle scelte relative a come investire, sull’esistente o su progetti in fase di lancio. La seconda domanda avverte dell’importanza di monitorare come cambiano gli usi per inventare servizi, opzioni e risposte a esigenze pratiche emergenti. In entrambi i casi, lo sguardo antropo-sociologico, miscelando osservazioni, interviste e questionari, può dare importanti dritte a chi ricerca modelli di business.

Tra giugno e luglio, “The Economist” e “nòva” hanno dedicato spazio alle ricerche di Stefana Broadbent, antropologa dell’osservatorio sul comportamento degli utenti di Swisscom e visiting scholar presso l’University College di Londra: la studiosa ha confermato l’ipotesi di una “coda lunga” dei contatti tra i membri di una rete sociale: ogni membro manda l’80% dei messaggi a 4-5 dei suoi contatti, e molti meno agli altri. Insomma: tanti messaggi per pochi, pochi messaggi per tanti, ma ciò che conta è che la rete esista e sia percepita come numerosa.

Broadbent ha anche evidenziato la crescita dei canali scritti della comunicazione rispetto a quelli verbali e lo sfumarsi della distinzione tra tempo del lavoro e tempo privato: non solo e non tanto per la nota caratteristica del lavoro “flessibile” di entrare nelle case e nel tempo libero, quanto per la tendenza della conversazione privata a entrare nel tempo del lavoro.

Studiando come diversi strumenti tecnologici si prestino ad essere privilegiati per differenti utilizzi, è anche emerso che i migranti sono i più evoluti o almeno i più fantasiosi nell’utilizzo delle tecnologie, perché per loro le piattaforme e le risorse mediali diventano l’unico strumento per mantenere contatti importanti e significativi a distanza. Da ciò consegue un’implicazione pratica per chi si occupa di business: i migranti sono un soggetto d’osservazione privilegiato per chi esplora la nascita di nuove esigenze comunicative e gli impieghi creativi dei prodotti sul mercato.

Su “nòva” del 9 luglio erano menzionate anche le ricerche di Danah Boyd (social media researcher di Microsoft, vedi il sito), dedicate tra l’altro alle caratteristiche che rendono più o meno fortunati e longevi i diversi social network.

A questo proposito è interessante l’immagine proposta da Davide Bennato, docente dell’Università di Catania e consulente su più fronti (suoi articoli si trovano in rete): se ciò che conta in un social network non sono soltanto le funzioni di base (creazione di un profilo pubblico e semi-pubblico, gestione delle liste di contatti e della loro condivisione), ma la “dimensione metaforica” che la piattaforma consente, MySpace è come una cameretta, Facebook è come un bar e Linkedin è come un ufficio: come luoghi fisici, tutti quelli citati sono potenziali cornici per relazioni significative; ma per gli over 30 sono il bar e l’ufficio (e dunque Facebook e Linkedin) i luoghi-metafore in cui si accumulano amicizie e si raccontano storie. Viene da qui la “solidità”, in termini di crescita e di longevità, di questi due social network?

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