Tecnocracy
Internet al potere, come strumento di lotta e di liberazione, come viatico verso una nuova libertà, una nuova democrazia ed un nuovo modo di pensare la politica e la società. Questa è la tecnocrazia. Ma non è la soluzione di tutti i mali. Anzi.
Il terreno, insomma, sembra pronto affinché un nuovo riflusso tecnocratico prenda forma. C’è spazio affinché qualcuno possa prendere in mano la domanda che va formandosi per proporre una risposta che sappia costituirsi a proposta politica. Difficilmente il tutto potrà prendere il via da una espressione politica preesistente: se non si è “tecnici” (parola da intendersi in senso lato, ma con stretta aderenza alla tecnica come soluzione centrale), non si hanno gli elementi culturali necessari; difficilmente, al tempo stesso, si potrà costruire un polo di reale rappresentatività se si emerge dalla semplice tecnica: la politica è qualcosa di estremamente vario, organico, organizzato e multiforme.
Un “partito di Internet”, oggi, avrebbe inoltre uno scarso peso in conseguenza di un sistema elettorale che toglie incisività alle realtà minori per premiare le rappresentanze che interpretano nel migliore dei modi di bipartitismo che l’Italia ha deciso di abbracciare. Ma questo è un altro discorso, successivo ed eventuale.
Chi potrebbero essere i “rappresentanti della Rete”, dunque? Tecnici imprestati alla politica, oppure politici imprestati alla tecnica? Questi ultimi stanno muovendo le proprie pedine sperimentandosi su blog, Friendfeed e Twitter; i primi si muovo timidamente, senza riuscire a riunire una massa critica accettabile e senza reali ambizioni attuali (soltanto Beppe Grillo, in tutta la sua opinabile e vasta iniziativa, ha saputo dar forma ad una proposta propria ed è oggi la più ricca ed argomentata forma di tecnocrazia morbida e zoppa progettata nel nostro paese).
Nella buona e nella cattiva sorte, però, un sorso di tecnocrazia farebbe bene all’Italia. Se la Rete riuscisse ad alzare la voce per portare avanti la propria visione del mondo, sarebbe forse questo un antidoto giusto per rompere i meccanismi di un sistema politico che (è risaputo, ed è bipartizan: non si fa riferimento alla sola “videocracy”) vive gran parte della propria autorevolezza grazie ad uno stretto rapporto con il media dominante: la tv. Un sorso di tecnocrazia che nasce dalla Rete potrebbe portare ad una maggior consapevolezza, a nuove proposte, ad una ventata di aria fresca e ad una nuova competitività basata sulle voci delle nuove generazioni.
La tecnocrazia in sé non può essere un fine, ma può essere un valido strumento. Come e per estensione di Internet, del resto. Sia l’una che l’altro vanno presi per quello che sono, usati per ciò che possono offrire, cercati per quel che valgono e rifiutati se messi nelle mani di chi sta cercando soltanto una catapulta verso le masse (i parassiti sono dietro l’angolo, sempre e comunque). La Rete ha molto da dire, ed una tecnocrazia basata sulla Rete avrebbe oggi un significato serio. Potrebbe nascere, potrebbe trovare i propri attori e potrebbe strutturarsi: c’è lo spazio.
Con il senno del poi diremo che in questi anni si è consumata una frattura. Che ne è uscito un magma pieno di energia. E si sa: quando l’uomo ha saputo controllare l’energia, ne ha sempre ricavato inestimabile vantaggio. Ma se saremo stati capaci a controllare questa energia, lo sapremo dire soltanto con il senno del poi.
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