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FIMI propone un sovrapprezzo sui telefoni contro i danni della pirateria

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Il mercato discografico stenta a trovare sistemi efficaci per uscire dalla crisi ed ecco che FIMI (Federazione Industria Musicale Italiana) avanza una proposta finalizzata a far cassa e destinata ad accendere veementi polemiche.

In nome della tutela del diritto d’autore dai danni provocati dalla diffusione illegale di materiale protetto da copyright, l’associazione ha chiesto che gli italiani paghino un sovrapprezzo per l’acquisto dei telefoni cellulari in grado di riprodurre file audio e video (praticamente la totalità dei dispositivi oggi in commercio), un po’ come già accade da anni per i supporti ottici CD e DVD; ma guai a chiamarla “tassa”.

Nei giorni scorsi Stefano Parisi, Presidente di Asstel, aveva così definito il compenso aggiuntivo richiesto, finendo per essere accusato di demagogia in un comunicato stampa apparso sul sito ufficiale FIMI, di cui sono riportati di seguito alcuni passaggi.

Parisi sa bene come attirare l’attenzione dei giornali: parlare di nuove tasse in tempi di crisi e in periodo di Finanziaria è come parlare di corda in casa dell’impiccato. Se poi si parla di tasse sull’oggetto più amato dagli italiani ecco il mix ideale per raccogliere il consenso popolare.

Confindustria Cultura, che rappresenta le maggiori imprese nel settore della musica, del cinema, dell’audiovisivo e dell’editoria contesta la posizione di Parisi.

È certamente più popolare dire agli italiani, imprese e consumatori, che è meglio non pagare che pagare, ma quando si usano parole improprie come “tassa” e “incapacità di farsi pagare i contenuti da parte dell’industria culturale” si passa anche il limite dell’onestà intellettuale. Dimentica di dire agli italiani onesti che gli stessi prodotti dell’elettronica di consumo costano in Italia più che in Europa, quando in Europa già si applicano le norme aggiornate sulla copia privata e in Italia ancora no.

Comunque lo si voglia chiamare: sovrapprezzo, tassa, compenso aggiuntivo oppure mezzo per il sostentamento dell’industria musicale in difficoltà, se mai l’ulteriore sforzo richiesto alle tasche dei consumatori italiani dovesse incontrare il consenso del legislatore, sembra inevitabilmente destinato a scontrarsi con un muro di proteste e scontenti.

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