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Che amicizia è l’amicizia su Facebook?

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Un ex professore di Yale, William Deresiewicz, ha dedicato al fenomeno Facebook un articolo intitolato “False amicizie“, sul “The Chronicle of Higher Education”. Mostrando una sostanziale condivisione con il suo punto di vista, Maria Laura Rodotà ha rilanciato con un intervento sul “Corriere della Sera”.

Qual è il punto? In sostanza, Deresiewicz si chiede se le nostre amicizie, una volta “relegate sui nostri schermi”, siano qualcosa di più di una “forma di distrazione”. La sua risposta è che l’amicizia si sta trasformando, sempre più, “da relazione a sensazione”: chiamiamo “amicizia” lo scambio di brevi post e la condivisione di video o altri contenuti multimediali, abituandoci per così dire a un’amicizia “generalista”, a messaggi collettivi in cui i legami affettivi e le storie non contano.

Secondo Deresiewicz, Facebook, MySpace, Twitter e applicazioni simili avrebbero contribuito ad incrementare processi di “frammentazione della coscienza”, peraltro già esistenti nelle società contemporanee. In qualche misura, avrebbero anche dato sostanza all’idea di una “amicizia universale”, destinata proprio per la sua universalità a restare superficiale e vuota di relazioni effettive.

Maria Laura Rodotà, nell’articolo citato, scrive della diffusione di “un contatto collettivo labile che fa condividere video di Berlusconi, Lady Gaga, Elio e le storie tese”: non, dunque, “una frequentazione continua fatta di serate, discussioni, reciproche consolazioni”, ma “un dialogo virtuale fatto di battute tra individui che quando va bene si son visti due volte”. Subito dopo, dicendo che si tratta però di “un’altra storia”, allude ai “ragazzini che stanno crescendo insieme ai social network”.

In effetti, il loro caso è diverso da quello di chi, dai trent’anni in su, ha avuto modo di vivere l’adolescenza prima dell’era SMS e numerose amicizie anche prima dell’era Facebook. In qualche modo, molti adulti che oggi usano Facebook ma hanno vissuto altre dimensioni dell’amicizia, sanno forse conservare un equilibrio e fare distinzioni tra modalità diverse di comunicazione, tra relazioni e condivisioni di vita da un lato e scambio di post dall’altro. Anche molti adolescenti sapranno probabilmente distinguere: le variabili in gioco sono molte e non si può parlare per categorie d’età ignorando i contesti.

Ma data la pervasività dei social network, non sarebbe ora di pensare a percorsi educativi che ne tengano conto? Le trasformazioni delle modalità di comunicazione e socializzazione non potrebbe essere l’occasione giusta per porsi seriamente il problema di un discorso sulle “competenze relazionali” e sulla loro “multidimensionalità”?

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