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Baidu, il deep linking degli mp3 non viola il copyright

Secondo i giudici di Pechino, i link verso i file mp3 presenti nelle pagine dei risultati di Baidu non violano le leggi cinesi sul copyright. Il tribunale ha così respinto le richieste delle major discografiche che avevano sollevato il caso

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Inserire nelle pagine dei risultati i link diretti verso i file mp3 non viola le leggi sul diritto d’autore vigenti in Cina. Con questa motivazione, i magistrati di Pechino hanno sostanzialmente respinto le richieste delle major discografiche, che avevano accusato il motore di ricerca cinese Baidu di favorire la pirateria attraverso i collegamenti ai file mp3 offerti nelle proprie pagine dei risultati. La decisione del tribunale solleva nuove perplessità e interrogativi sul paese asiatico, le cui politiche sulla protezione del diritto d’autore sono spesso ambigue e poco chiare specie nei confronti dei contenuti provenienti dall’estero.

L’International Federation of the Phonographic Industry (IFPI) ha dichiarato il proprio disappunto per la decisione assunta dai giudici di Pechino incaricati di analizzare il caso. La querelle legale era stata sollevata nei primi mesi del 2008 da alcuni importanti protagonisti della discografia su scala globale come Sony BMG, Universal Music e Warner Music. Le major contestavano a Baidu la pratica del deep linking di diverse centinaia di migliaia di loro brani in formato mp3 nelle pagine dei risultati del motore di ricerca. La causa legale era stata presentata in seguito all’impossibilità di raggiungere un accordo con i responsabili di Baidu, determinati a non interrompere il loro servizio di ricerca per i file mp3 particolarmente gradito dagli utenti.

I magistrati chiamati a valutare il caso hanno ricordato come la IFPI non sia stata in grado di fornire indicazioni precise e circostanziate sui presunti casi di violazione del diritto d’autore. Inoltre, i file musicali linkati non erano fisicamente presenti sui server di Baidu, una condizione più che sufficiente per respingere le accuse formulate dalle major in base alle attuali norme sul copyright vigenti in Cina. La medesima logica è stata applicata anche in un altro procedimento che vedeva coinvolto il portale Sohu.com.

«I verdetti non riflettono la realtà dei fatti: entrambi gli operatri hanno costruito il loro modello di business legato alle ricerche online per la musica sulla base di un sistema per facilitare la violazione di massa del diritto d’autore, a danno degli artisti, dei produttori e di tutti coloro che sono coinvolti nel mercato musicale legale della Cina» hanno dichiarato i rappresentanti legali della IFPI. La Federazione che raccoglie le principali etichette discografiche potrebbe ora decidere di impugnare la decisione del tribunale di Pechino, ma – considerati i precedenti – ottenere un pronunciamento a proprio favore potrebbe rivelarsi un’impresa molto ardua.

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