Google Books: favorevoli e contrari
Scade in questi giorni il termine ultimo per la presentazione delle osservazioni sulla proposta di accordo di Google con autori ed editori per la class action contro Google Books. Molti i contrari, tra i quali anche l'Associazione Italiana Editori
Contro l’”Amended Settlement Agreement” forgiato a Mountain View si schiera anche l’Associazione Italiana Editori (AIE) in rappresentanza degli editori italiani. Spiega il Presidente Marco Polillo: «È vero che il nuovo accordo ha accolto molte delle nostre obiezioni precedenti ed in particolare la richiesta che per le opere europee valgano le normali regole del diritto d’autore e non quelle speciali introdotte dal Settlement, ma questa esclusione è parziale, perché continuano a essere incluse nell’accordo le opere, anche italiane, registrate al Copyright Office degli Stati Uniti. Le parti hanno reputato che fossero poche eccezioni, dimenticando che la registrazione al Copyright Office era invece una pratica comune, indispensabile fino agli anni Ottanta per tutelare le opere straniere negli Stati Uniti». Non solo: «è incongruo che i benefici accordati dal nuovo Settlement ad autori ed editori di Regno Unito, Canada e Australia, per esempio in termini di partecipazione agli organi direttivi del Book Registry, o nell’uso di banche dati specifiche di quei paesi per la determinazione dello status di “fuori commercio”, non siano estesi anche ad autori ed editori italiani che continuano a essere inclusi nel Settlement». L’AIE, però, intende altresì precisare come l’opposizione annunciata entri nel merito e non sia soltanto frutto di una posizione preconcetta: «Le obiezioni presentate non significano che gli editori italiani sono contro il futuro e l’innovazione: siamo contro ciò che non li rispetta. Le soluzioni per includere i libri europei nel rispetto del diritto d’autore ci sono. Per riuscire nell’obiettivo Google ha dichiarato più volte di voler utilizzare Arrow (www.arrow-net.eu), il progetto europeo che a breve, a maggio, avrà pronta una prima architettura. Noi, in quanto capofila del progetto, siamo pronti a collaborare».
Nei giorni scorsi un’opinione avversa alternativa è giunta anche da Lawrence Lessig, esponente centrale della filosofia Creative Commons, il quale ha però avanzato una teoria ben più articolata ed approfondita: l’atomizzazione dell’informazione rende vetusta ed inapplicabile ogni normativa odierna sul copyright: l’approccio di Google alla materia sembra poter perpetrare la situazione, il che implicherebbe un «catastrofico errore culturale» dettato dal fatto che non è possibile regolare le copie in un ambiente digitale ove tutto è basato sulle copie (la stessa digitalizzazione dei libri, a dimostrazione di ciò, è il primo passo verso la creazione di una infinita quantità di copie dello stesso contenuto racchiuso sotto forma di corpus unico: il libro).
Molti contrari, ma qualche voce favorevole. Tra queste si segnalano la Canadian Publisher Council (pdf), l’Indian Publishers (pdf), l’Australian Publishers Association (pdf) e dal Regno Unito la Society of Authors (pdf) e la Publishers Association (pdf). Il quadro generale degli schieramenti è riassunto sul Public Index, ove sono disponibili tutti i documenti consegnati alla corte in questi giorni. Interessante notare come tra le associazioni pronte a schierarsi a favore della proposta figurino ora componenti inglesi, australiane e canadesi, esattamente quelle indicate dall’AIE tra quelle incongruamente favorite dalla bozza in esame.
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