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Le Nazioni Unite temono la cyberwar

Le Nazioni Unite ritengono ormai maturi i tempi per pensare ad un accordo internazionale contro la cyberwar. Secondo le Nazioni Unite un attacco informatico va equiparato ad una dichiarazione di guerra: tutti si impegnino a non fare il primo passo

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Le Nazioni Unite temono che la guerra combattuta attraverso la Rete possa presto diventare una minaccia reale per tutto il mondo. Il timore è quello per cui la minaccia crescente possa concretizzarsi in qualcosa di ben poco virtuale, trasformando un semplice attacco in una vera e propria dichiarazione di guerra. Per questo occorre agire preventivamente, siglando almeno un patto di non belligeranza che impegni tutti i paesi del mondo in tal senso.

Il monito è giunto in occasione del World Economic Forum di Davos da parte di Hamadoun Toure, segretario generale della International Telcommunications Union. Secondo Toure la minaccia cresce anno dopo anno ed è ormai venuto il momento di entrare in azione. Le sue parole non possono non essere interpretate alla luce di quanto successo nelle ultime settimane in Cina, ove Google ed altre grandi compagnie sono state attaccate ed in molti sono pronti ad identificare nelle istituzioni cinesi la fonte prima dell’offensiva digitale (ma la Cina, ovviamente, nega). Non a caso il problema si è subito spostato da un piano tecnico ad uno politico, con il Segretario di Stato Hillary Clinton a chiedere spiegazioni ed a ricordare alla Cina l’importanza della libertà d’espressione.

«Una cyberwar sarebbe peggio di uno tsunami: una catastrofe». Il riferimento è soprattutto alle “power grid”, le infrastrutture deputate alla gestione intelligente delle risorse elettriche, un cui attacco si tramuterebbe rapidamente in un pericolo con gravissime ricadute. Per questo motivo una comunanza preliminare nelle opinioni è immediatamente identificata: un attacco digitale è parificabile ad un attacco reale, dunque una dichiarazione di guerra ad ogni effetto.

La proposta delle Nazioni Unite è quella di un accordo tale per cui ogni paese firmatario si impegna a non scagliare per primo un cyberattacco contro un’altra nazione. All’interno di questa sacca è possibile così difendersi non solo a livello tecnico, ma anche grazie all’intermediazione delle Nazioni Unite come entità garante dell’accordo proposto. Trattasi al momento di un progetto in fase del tutto larvale, qualcosa che andrà ora preso in considerazione dai singoli stati per valutare i dettagli di un accordo estremamente delicato. Dagli Stati Uniti giungono riserve, ma anche una immediata disponibilità al dialogo. La Cina sarà messa a questo punto all’angolo, costretta ad una scelta tra una firma ed una limitazione delle proprie attività sulla Rete.

Microsoft ha immediatamente appoggiato la proposta: «Abbiamo bisogno di una sorta di World Health Organisation per Internet», qualcosa in grado di tutelare la Rete dalle troppe attività criminali presenti (ed in continua crescita). Durante il dibattito si è addirittura paventata la possibilità di uno sdoppiamento della Rete, con una duplice Internet in grado di abilitare da una parte soltanto operazioni sicure, e dall’altra operazioni la cui libertà sia tutelata a livello internazionale. Due reti per due usi differenti: una proposta probabilmente aleatoria, ma che rende bene l’idea dell’urgenza emergente.

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