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Reuters e il rapporto con i social network

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Il fatto che una delle più grandi, longeve e importanti agenzie di stampa al mondo prenda la decisione imporre ai propri dipendenti alcune norme di comportamento da seguire sui social network, risulta emblematico per comprendere quanto oggi sia cambiato ed evoluto il panorama del Web 2.0.

Con un documento diffuso dai vertici di Reuters ai propri giornalisti, vengono infatti rese note alcune linee guida da seguire nell’interazione, per esempio, con i profili Facebook e Twitter, senza risparmiare nemmeno Wikipedia.

Quali siano gli obiettivi di queste direttive è presto detto: tutelare la reputazione del giornalista e, al tempo stesso, quella dell’azienda, oltre a scongiurare i rischi di affidarsi a fonti poco attendibili o favorire in qualsiasi modo la concorrenza. Eccone un breve estratto:

Accuratezza, libertà di valutazione e integrità di giudizio sono fondamentali per la reputazione di Reuters e per la capacità di svolgere il proprio lavoro in modo efficace. […] In caso di violazioni gravi, si potrà far uso delle nostre procedure disciplinari.

Ricordate che le vostre fonti, i colleghi e i competitor leggono i vostri output […] Siamo in un business competitivo e sebbene lo spirito dei social media sia collaborativo, dobbiamo fare attenzione a non minare le basi commerciali della nostra compagnia.

L’avvento dei social media non cambia la tua relazione con l’azienda, non usare social media per mettere in imbarazzo Thomson Reuters.

I giornalisti al servizio di Reuters dovranno quindi più che mai prestare attenzione a cosa condividere e in che modo farlo. L’agenzia potrà infatti ritenere inopportuni alcuni loro comportamenti o il manifestare idee discutibili, anche al di fuori dell’orario di lavoro.

La diffusione di breaking news potrebbe inoltre danneggiare l’attività dell’agenzia, sminuendone il valore a vantaggio dei concorrenti, così come viene sconsigliato il riferimento alle pagine di Wikipedia, in quanto fonte potenziale di grossolani errori e imprecisioni.

Premesso che a fungere da filtro a quanto posto in condivisione sui social network dovrebbe essere in primo luogo il buon senso, nel rispetto di se stessi, degli altri e della propria realtà professionale, è giusto che un’azienda imponga misure che possono limitare la libertà di espressione dei propri dipendenti, anche in contesti extra-lavorativi?

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