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Amnesty sta con Google: la Cina tolga la censura

Amnesty International sta con Google: la Cina tolga la censura sulla Rete ed eviti la pericolosa commistione con la politica. Così facendo l'associazione aggiunge pressione sul paese orientale aiutando Google nella causa ribelle contro la censura

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Amnesty International fa leva sulla prova di forza di Google e passa immediatamente all’incasso, concretizzando così nel giro di poche ore quella pressione che da Mountain View si vuol cercare di forzare sul rapporto tra le istituzioni cinesi e la rete. La richiesta è diretta, chiara, senza giri di parole: «All’indomani della decisione di Google di reindirizzare tutto il proprio traffico sui server di Hong Kong, cessando in questo modo di filtrare i risultati delle ricerche, Amnesty International ha dichiarato che la Cina dovrebbe rimuovere ogni restrizione su Internet».

Ad oggi Google.cn reindirizza sulla divisione di Hong Kong del motore. Quest’ultima versione è priva di filtri, ma gli stessi sono imposti comunque dal firewall governativo. Quel che Google ha posto in essere, insomma, è un rifiuto all’auto-censura, il che scarica ogni responsabilità dall’azienda lasciando i filtri in stretta correlazione agli apparati di governo. Ed Amnesty International è solerte nel sottolineare questo aspetto con un invito diretto all’utenza orientale: «Gli utenti che avevano sperato che Google non lasciasse la Cina e che criticano questa decisione, dovrebbero in realtà chiedere al loro governo come e perchè Internet è censurato nel loro paese».

Nessuna concessione nemmeno alla propaganda. Roseann Rife, vicedirettrice del Programma Asia di Amnesty International, boccia il teorema “politico” che da più giorni la stampa cinese sta portando avanti contro l’invadenza occidentale incarnata nell’immagine del motore di ricerca: «Sono le autorità di Pechino ad aver politicizzato Internet, bloccando determinati motori. Quando un governo limita la pubblica discussione e diffusione di idee su Internet, come fa regolarmente quello cinese, è quel governo a imporre la sua agenda politica e a stabilire i limiti del dibattito».

L’associazione non sta però cavalcando strumentalmente la causa, ma sta piuttosto raccogliendo i frutti del lavoro compiuto in passato. Fin dal 2006, infatti, Amnesty raccoglie firme per chiedere a Google, Yahoo e Microsoft di non cedere alle pressioni delle istituzioni cinesi e di portare avanti una linea etica senza compromessi. Google in passato aveva anche votato per una risoluzione simile, ma l’astensione di Sergey Brin nel 2008 aveva congelato ogni decisione in attesa di comprendere il da farsi. A distanza di 4 anni Amnesty vede confermata la sua posizione e Google si fa così paladina della battaglia per il diritto di espressione che l’associazione aveva già lanciato e supportato con azioni ed iniziative proprie.

Il sito Amnesty è tra quelli bloccati dalla censura di stato («Amnesty International ha documentato molti casi, tra cui quelli di Liu Xiaobo e Tan Zuoren, in cui le autorità hanno ridotto al silenzio difensori dei diritti umani, imprigionandoli per aver diffuso informazioni e testi attraverso Interne»), ma non è certo l’unico. Google sta mostrando in queste ore le proprie difficoltà di fronte al firewall cinese tramite apposita dashboard, una sorta di termometro che nei prossimi giorni paleserà al mondo il grado di pressione che le autorità vorranno portare sull’azienda ribelle.

Le azioni Google, nel frattempo, vivono una leggera caduta nell’ordine dei 2 punti percentuali. Dal punto di vista economico, infatti, il braccio di ferro con le istituzioni cinesi non porterà che tensioni e per il breve periodo non v’è da immaginarsi altro se non una battaglia diplomatica senza riscontri e senza vantaggi. Non, almeno, nel breve periodo.

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