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Eric Schmidt tende la mano al giornalismo

Parlando alla conferenza annuale della American Society of News Editors, Eric Schmidt non ha presentato una ricetta vincente agli editori, ma ha voluto persuaderli del fatto che Google condivide il loro stesso interesse: un modello di business vincente

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Il giornalismo non è morto. Il giornalismo non è decaduto. Il giornalismo mantiene un suo fondamentale valore. Il giornalismo ce la farà. «Il giornalismo trionferà». Eric Schmidt, CEO Google, si presenta di fronte alla platea del nemico e, sotto gli occhi diffidenti della American Society of News Editors, cerca un punto d’intesa. Schmidt non offre soluzioni, non ora, ma promette di presentarne a breve.

Obiettivo dell’intervento è far capire alla platea come Google e gli editori siano sostanzialmente sulla stessa barca, ed entrambi hanno pieno interesse affinché non affondi. «Abbiamo un problema nel modello di business, non un problema di news». Il giornalismo, insomma, è sano: parola di Eric Schmidt. Quel che non funziona è la filiera produttiva e distributiva, poiché la sana informazione non riesce più ad avere le performance di un tempo ed i bilanci hanno reso sempre più problematica l’attività degli editori soffocati da qualcosa di più di una semplice crisi economica.

L'”arte” del giornalismo (così Schmidt solletica il proprio pubblico) trionferà: il buon giornalismo un giorno emergerà dalla massa e raccoglierà quanto seminato. Ma oltre ad un approccio collaborativo e disponibile, non v’è nulla da portare tra le proposte concrete. Schmidt ribadisce come il Web sia ormai un canale fondamentale, tanto in relazione alle fonti disponibili quanto grazie alle opportunità distributive emergenti. Google non si esclude da questo contesto e si presenza come partner indispensabile, come snodo cruciale, come un punto di riferimento che a breve sarà anche in grado di presentare la ricetta con cui uscire dall’impasse odierna.

25 minuti di intervento per spiegare come il giornalismo dovrà essere. E l’idea è quella di un media pesantemente basato sulla tecnologia, in grado di capire cosa vuole leggere un utente e cosa ha già letto, in grado di personalizzare l’offerta e di proporsi su social network o altri canali e device già esistenti e disponibili. Schmidt prevede la mutazione del giornalismo verso una nuova forma, qualcosa in grado di sublimare l’essenza della disciplina rendendola ancor più potente di un tempo. E Google, in questo passaggio, intende avere un ruolo di primo piano.

«Il fatto è che non ci sono risposte semplici per ognuna di queste questioni. Ed al fine di trovarle, dovremo effettuare qualche esperimento». In sostanza Schmidt prende tempo, ma nell’immediato vuole mantenere un tono quanto più confidenziale e vicino ai partner seduti in platea. Tutto ciò mentre parte dell’editoria sta mettendo a punto i paywall, l’altra soluzione: mentre Google punta sull’advertising, altre pressioni cercano nelle formule a pagamento la formula giusta per sbloccare la situazione. L’alchimia giusta potrebbe essere trovata in una formula ibrida. Quel che è certo è che il giornalismo di domani sarà differente da quello di oggi. E sul fronte degli editori la sfida costringe a scelte immediate e radicali. Con o senza Google.