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Il giudice Oscar Magi spiega la condanna italiana a Google

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È il giudice Oscar Magi a far luce sulle reali motivazioni che hanno portato alla condanna di tre dirigenti appartenenti alla divisione italiana di Google, in seguito al processo che li ha visti accusati di responsabilità per quanto riguarda l’upload, sulle pagine di Google Video, del celebre filmato relativo ai maltrattamenti a cui era stato sottoposto un ragazzo disabile.

Secondo Magi, va innanzitutto chiarito che oggigiorno non esiste alcuna norma precisa alla quale fare riferimento per situazioni di questo tipo, ma che la sentenza riguarda esclusivamente l’insufficiente e consapevole comunicazione degli obblighi di legge in merito all’informativa sulla privacy e non il mancato adempimento a presunti obblighi di controllo preventivo del materiale caricato sul servizio.

I tre dirigenti avrebbero dunque agito con l’obiettivo unico di generare un profitto, essendo il loro strumento assolutamente carente e inefficace per quanto riguarda la comunicazione agli utenti delle norme di comportamento da tenere nel pieno rispetto della privacy.

Il fatto che Google Italia facesse utilizzo di quanto ospitato nei server di Google Video, fa sì che gli imputati avessero esplicitamente accettato i rischi connessi a tale pratica, nel caso in cui gli utenti avessero caricato dati sensibili.

Dal canto suo il colosso di Mountain View annuncia l’intenzione di ricorrere in appello contro la decisione, evidenziando come una sentenza di questo genere possa rappresentare un pericoloso precedente in grado di minacciare la libertà della Rete stessa:

Come abbiamo detto nel momento in cui la sentenza è stata annunciata, questa condanna attacca i principi stessi su cui si basa Internet.

Se questi principi non venissero rispettati, il Web così come lo conosciamo cesserebbe di esistere e sparirebbero molti dei benefici economici, sociali, politici e tecnologici che porta con sé. Si tratta di importanti questioni di principio.

Queste le parole estrapolate da una nota di Google e riportate sulle pagine di Repubblica.it.

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