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Social network e situazioni sgradevoli: la raccolta del Telegraph

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Il 73% degli utenti interpellati da una recente indagine, così come riporta il sito del Telegraph, non aggiunge i propri datori di lavoro tra gli amici Facebook, per timore che questi possano scovare informazioni potenzialmente destabilizzanti per la loro posizione professionale.

Ma davvero quanto condiviso sui social network può costare così caro? A quanto pare sì. Ecco alcune delle situazioni più buffe o sgradevoli verificatesi sulle sempre più cliccate pagine dei portali Web 2.0.

Amanda Bonnen ha descritto, con un breve messaggio lasciato su Twitter, il suo appartamento come “ammuffito”, senza immaginare che l’agenzia indicata dal padrone di casa per la sua gestione (la Horizon Group Management) l’avrebbe per questo citata in giudizio per una somma pari a 50.000 dollari. Fortunatamente per la ragazza, il giudice che si è occupato del caso ha ritenuto le prove non sufficienti e l’accusa nei suoi confronti è caduta.

In occasione delle recenti e contestatissime elezioni iraniane, i gestori del profilo Twitter appartenente all’azienda Habitat, che si occupa dell’arredamento di locali di ristorazione in tutta Europa, hanno pensato bene di inserire messaggi contenenti parole chiave relative alla delicata situazione politica attraversata dal paese, così da incrementare il volume di click sulle pagine contenenti informazioni relative ai prodotti commercializzati. Ovviamente, questo non ha fatto piacere alla community di utenti. In seguito alle proteste, Habitat si è scusata ufficialmente, definendo la pratica un errore.

Nella città di Aurora, in Colorado, un bambino di tre anni è stato travolto e ucciso da un automobilista mentre si trovava in coda per acquistare un gelato. Il quotidiano locale Rocky Mountain News ha inviato Berny Morson ad assistere al funerale, dove tutta la comunità si è stretta attorno al dolore della famiglia. Il giornalista ha scelto di raccontare in tempo reale gli avvenimenti della cerimonia e della sepoltura, con sintetici tweet da 140 caratteri. I lettori non l’hanno presa nel migliore dei modi.

C’è poi chi, come Harriet Jacobs, ha puntato il dito contro il metodo con cui Google ha integrato il servizio Google Buzz nelle caselle di posta GMail, rimettendola automaticamente in contatto con il proprio ex marito, con conseguenze decisamente poco piacevoli. Kimberley Swann ha invece perso il posto di lavoro, per aver definito “noiosa” una giornata in ufficio con un update dello stato su Facebook.

Alzi ora la mano chi non ha mai esitato prima di cliccare sui pulsanti “Tweet” o “Condividi”, magari passando velocemente in rassegna nelle propria mente la lista dei contatti, in cerca di qualcuno che potrebbe ritenersi chiamato in causa o infastidito da quanto scritto.

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