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Esiste una “bolla dei social media”?

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Umair Haque, direttore del laboratorio di strategia e innovazione Havas Media Lab, nel suo blog sul sito della prestigiosa Harvard Business Review ha scritto un post che ha fatto molto discutere: ripreso anche da alcuni giornali italiani, il post denuncia l’esistenza di una bolla speculativa dei social media.

Di cosa si tratta? In primo luogo, a suo avviso, c’è un’enfasi ingiustificata sulle relazioni rese possibili dalle piattaforme di social networking. Si tratta nella grande maggioranza dei casi di relazioni sottili, deboli, artificiali:

Internet non ci sta mettendo in relazione così tanto come pensiamo

Traslando dall’economia al Web la metafora della bolla speculativa, Haque sostiene che i social media stanno mettendo in circolazione connessioni “di bassa qualità”, che raramente si trasformano in qualcosa di solido e duraturo. Insomma, c’è un’inflazione della relazione: un aumento del numero delle relazioni apparenti, come la corsa all’aggiunta degli amici su Facebook, a cui non corrisponde l’aumento delle relazioni reali.

Per argomentare il suo punto di vista, presentato come un’ipotesi, Haque riflette sul fatto che i social media non liberano dall’esistenza di dinamiche di monopolizzazione e controllo degli snodi mediali principali; inoltre, nei social network continuerebbe a prevalere l’omofilia, cioè l’adesione o la costruzione di reti esclusive con chi viene sentito “simile” a sé; inoltre, poiché le relazioni non sono facilmente monetizzabili, i gestori dei social network principali tenderebbero a fare ricorso a metodi “estrattivi ed eticamente discutibili” per avere profitti.

C’è poi la questione della qualità dei contenuti: nel panorama attuale, una rete di microcredito socialmente utile come Kiva è molto meno visibile di una piattaforma come Farmville, la quale è sostanzialmente inutile dal punto di vista sociale ma attrae utenti e pubblicitari.

Haque si interroga sulle promesse non mantenute della rete: la logica delle gare di bellezza e popolarità, secondo l’economista, sta prevalendo su quella della comunità, della fiducia e delle relazioni “vere”. Il suo discorso però non si ferma a questo post: in altri interventi, si concentra sull’uso di social media e social tool per rendere meno antisociali le organizzazioni in cui viviamo e lavoriamo. Con l’ipotesi che “comunità efficienti” aiuterebbero molto anche l’economia.

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