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Essere Steve Jobs

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Dicono sia un rivoluzionario. Dicono anche che sia estremamente antipatico. Lascia trasparire l’aura del guru, ma anche il polso del padre padrone. Passa per mente illuminata, in bilico tra la grande massa e la piccola nicchia. Spreme moneta da ogni innovazione, trasforma in oro tutto quel che tocca e con le sue semplici presentazioni ha rivoluzionato dall’interno il granitico mondo della musica.

Quando sei tutto ciò, cosa ti può spingere oltre quel che sei nel tuo intimo, di fronte allo specchio, nei momenti di sofferenza e quando pensi ci sia qualcosa di più importante di tutto quel che ti circonda?

A un anno di distanza dall’operazione al fegato, l’ennesima enorme sfida che Steve Jobs ha dovuto combattere con la salute ed il destino, l’iCEO è nuovamente a pieno ritmo al comando di Apple. In quelle situazioni l’uomo è nudo di fronte al fato, ma può armarsi per combattere. Nessun grande condottiero, però, spreca energie per battaglie non sue.

Steve Jobs si è assentato dalle scene per pochi mesi, ed è tornato più forte di prima. Ha lanciato l’iPad, ha sferrato una spallata ad Adobe ed ora sta continuando sulla propria strada ignaro di quel che soltanto un anno fa è successo. Ma chi te lo fa fare, Steve?

Il fatto di essere ricco non aiuta, per carità. Il fatto di aver tempo e servigi a volontà non è un teorema sufficiente, ovvio. Essere Steve Jobs significa piuttosto essere il guru e la persona, il CEO e l’intimità, il rivoluzionario e il lottatore. Tutto assieme, tutto fuso in un corpo unico che appena un anno fa aveva messo in dubbio investitori, clienti, affezionati. Non si sapeva come ne sarebbe uscito: ora sappiamo come ne è uscito.

Dopo un anno Steve è lì. Ricordare il suo lato umano lo rende più… umano.

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