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La professione del community manager e la lezione di Heather Champ

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Dopo essere stata community manager di Flickr per cinque anni, ad aprile Heather Champ ha annunciato con un post sul suo blog personale di volersi dedicare a una nuova attività: lavorando assieme al marito Derek Powazek, i due hanno valutato che i tempi erano ormai maturi per fondare una società di consulenza sul community management. Il sito della società, “Fertilemedium“, è in via di costruzione.

Web designer per 11 anni, Champ è entrata in Flickr nel maggio 2005, dopo l’acquisizione da parte di Yahoo, vivendo le fasi emozionanti del decollo della piattaforma e contribuendo al suo successo, tra l’altro come responsabile delle Community Guidelines, a cui altri social network si sono poi ispirati. In cinque anni di attività per Flickr sono cambiate molte cose: uno dei primi post di Heather Champ celebrava i diciassette milioni di fotografie caricate, il 2 giugno 2005; oggi siamo a tre milioni e mezzo di upload quotidiani e a un totale di 4,2 miliardi foto e video caricati.

La notizia ha suscitato commenti che vanno al di là del caso particolare e, anche in Italia, c’è chi si è spinto a ipotizzare che quella del community manager potrebbe essere la professione del 2010. A questo proposito, però, una breve analisi sui principali siti per la ricerca del lavoro online suggerisce di non sbilanciarsi troppo: immettendo la chiave di ricerca “community manager” si trovano poche proposte e, in genere, si viene reindirizzati verso profili differenti, come ad esempio “performance advertising manager”, “content manager”, “Web marketing manager”, “Web marketing coordinator”, “social media specialist”, “Web editor”.

Questa situazione riguarda l’Italia. Negli Stati Uniti, la chiave di ricerca “community manager” fa comparire migliaia di offerte e l’espressione viene effettivamente utilizzata per designare una professionalità a sé stante. Ciò accade, fatte le debite proporzioni per il numero delle offerte, in altri Paesi europei. Che sia, anche questo, il segno del ritardo italiano nell’interpretare le opportunità offerte dal Web2.0?

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