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Apple promette “fair trade” alla Foxconn?

Apple oggi gira alla Foxconn il 2.3% degli introiti derivanti dalla vendita dei propri prodotti usciti dagli stabilimenti del gruppo orientale. Tale percentuale potrebbe salire però al 3% riconoscendo così un simbolico premio di produzione ai dipendenti

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Apple potrebbe dare il via ad un nuovo tipo di rapporto con le aziende orientali impegnate nella produzione dei device di Cupertino. Il rapporto con la Foxconn ed i suoi dipendenti, in particolare, potrebbe subire una brusca variazione che andrebbe a riparare il danno di immagine che si sta pesantemente rischiando in conseguenza del susseguirsi dei suicidi che sta avvenendo all’interno dell’azienda ove iPhone ed iPad sono assemblati, confezionati e spediti.

L’ipotesi nasce da Zol.com.cn, secondo cui Apple potrebbe aver pattuito con la Foxconn una nuova (maggiore) formula di pagamento che garantisca ai lavoratori migliori condizioni, miglior remunerazione e, probabilmente, un miglior rapporto con gli oggetti che passano loro nelle mani dal mattino alla sera. Il teorema suggerito è quello per cui ad oggi alla Foxconn spetti qualcosa come il 2.3% del totale degli introiti legati ai prodotti di Cupertino prodotti negli stabilimenti del gruppo. Tale percentuale dovrebbe salire al 3%, garantendo così a Foxconn un margine dello 0.7% da girare direttamente ai dipendenti interessati.

Interessante (sia pur se spannometrica ed imperfetta) la valutazione proposta da Cult of Mac: se Foxconn conta circa 486000 dipendenti ed Apple profitti da 3.38 miliardi trimestrali, un piccolo bonus sugli introiti permetterebbe ai dipendenti di intascare un “premio” di pochi dollari aggiuntivi ogni singolo mese. Ma non si trattarebbe comunque soltanto di un semplice arrotondamento: i dipendenti Foxconn, infatti, hanno uno stipendio medio di 125 dollari al mese ed anche piccole integrazioni potrebbero quindi configurare un importante salto di qualità.

Da Apple e Foxconn al momento non giunge alcuna conferma. L’iniziativa sembra comunque guardare sì al “fair trade” (permettendo ai produttori di addentare direttamente gli introiti del prodotto sviluppato), ma senza andare troppo oltre la questione formale. Difficilmente, infatti, qualche dollaro aggiuntivo può limare condizioni di lavoro difficili a prescindere. Difficilmente, insomma, qualche dollaro in più può fare la differenza tra la decisione di subire pressioni quotidiane o tuffarsi nel buio rinunciando alla propria vita.

Trattasi in ogni caso di una iniziativa nella direzione giusta e tale per cui al solo pronunciamento da parte dei media (senza conferma ufficiale alcuna) altri gruppi avrebbero già alzato una barriera difensiva preannunciando medesima attenzione per l’impianto cinese. Sony e Nokia, ad esempio, spiegano ora di voler approfondire la conoscenza dell’impianto e delle metodologie di lavoro, il che si va ad unire alla giornata organizzata per aprire le porte di Foxconn alla stampa.

Dieci suicidi in poco tempo hanno sortito un effetto mediatico dirompente: l’azienda non può più ignorare, e questo perchè i clienti non possono più ignorare, e questo a sua volta perchè l’utenza non può più ignorare. La sensibilità è cresciuta e l’affare della produzione orientale a basso costo dovrà ora scendere a compromessi con i lauti profitti su cui vengono misurate le grandi aziende occidentali.

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