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Google alla ricerca di alleati contro la Cina

Per contrastare la censura cinese, Google ha apertamente chiesto la collaborazione di Stati Uniti e Unione Europea per spingere la Cina ad aprire i mercati e permettere il diffondersi delle informazioni sulla rete interna

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Google ha deciso di affrontare la questione cinese iniziando a cercare nuovi alleati per risolvere un problema molto importante. E per questo ha chiesto direttamente agli Stati Uniti e all’Unione Europea di intervenire per spingere la Cina a cancellare le restrizioni su Internet, che rappresentano un vero e proprio ostacolo al commercio.

David Drummond, responsabile legale di Google, è stato chiaro nelle sue parole dichiarando che gli stati occidentali devono difendere il libero scambio di informazioni e che «l’unico modo per cambiare è che questa ondata crescente di censura venga arrestata».

Come è noto, a gennaio Google, insieme ad altre aziende presenti sul Web, è stato vittima di un attacco informatico di origine cinese. La decisione di Google di rendere liberi tutti i risultati di ricerca non è piaciuta al governo di Pechino, che ha bloccato il sito, costringendo Google a trasferirsi ad Hong Kong.

Continua Drummond: «la censura, oltre ad essere un problema di diritti umani, è una barriera commerciale. La censura, infatti, oltre ad essere per fini politici, è usata come un modo per mantenere le multinazionali svantaggiate nel mercato». E il pensiero volge immediatamente a Baidu, ovvero il motore di ricerca nazionale, probabilmente preoccupato per la lenta avanzata di Google in territorio cinese.

Il mercato cinese è stato visto da molti come un obiettivo fondamentale, con una popolazione di navigatori che ha sfondato i 400 milioni di utenti. Si immagini il mercato che potrebbe aprirsi agli inserzionisti. Ma in Cina v’è anche seria preoccupazione per il numero di informazioni contrarie al governo che, tramite blog e video, potrebbero diffondersi dalla rete alla cittadinanza.

Il governo cinese ha annunciato proprio in questi giorni che alcuni materiali presenti sulla rete possono danneggiare «l’onore e gli interessi dello stato» o «sovvertire il potere statale». Nessuna organizzazione può «produrre, duplicare e diffondere le informazioni» su tematiche che possono essere «contro i principi cardine enunciati nella Costituzione».

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